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AGGIORNATO IL 2 GENNAIO 2017


 

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FRANCESCO DANDOLO

DOGE 52° (1329-1339)

 

 

 

 

  

 

  di Rolando Mirko Bordin 

 

 

Francesco Dandolo, della nobile famiglia Veneziana del ramo di San Luca, nacque da Giovanni intorno all'anno 1258. 

La carriera pubblica di Francesco Dandolo anteriormente al Dogato è ricostruibile con alcune testimonianze documentarie anche se con un certo margine di incertezza derivante dall'esistenza di almeno uno omonimo, figlio di Filippo, di cui si sa soltanto che fu eletto arbitro in una contesa fra Venezia e Traù nell'anno 1328.

 

1303-1304

 

Tra il 1302 e il 1304 Francesco Dandolo fu bailo di Negroponte.

Nella causa riguardante Giorgio Ghisi Francesco Dandolo ricoprì probabilmente la veste di giudice nella causa intentatagli dopo la conquista delle isole di Cèo e Sèrifo sottratte ai Bizantini.

Bartolomeo Michiel e Belletto Giustinian, che con il Giorgio Ghisi avevano realizzato l'impresa con tutta probabilità nell'anno 1302, lo accusarono di aver violato i patti nella divisione del bottino ricorrendo al tribunale del bailo di Negroponte, che lo condannò.

 

1307-1329

 

Nel 1307 Francesco Dandolo è ricordato fra i membri della Quarantia.

Il 9 aprile 1309 concluse un trattato commerciale per conto della Repubblica con i Trevigiani e, ai primi di settembre dello stesso anno, fu inviato in missione ad Avignone assieme a Carlo Quirini, per comporre il dissidio insorto fra Venezia e il Papa Clemente V per il Dominio di Ferrara.

Sicuramente l'inserimento Veneziano nelle faccende di Ferrara aveva portato nel mille 308 alla guerra con la S. Sede, culminata con la scomunica lanciata contro la Repubblica i 25 marzo 1309 e la sconfitta delle sue armi e il 28 agosto dello stesso anno.

Gli ambasciatori Veneziani si fermarono per un certo periodo alla corte di Filippo il Bello perché interponesse i suoi buoni uffici presso il Papa.

Anche se in un primo tempo il Papa esigeva la completa sottomissione senza voler ascoltare alcuna giustificazione, su richiesta del Re, ammise alla sua presenza i due ambasciatori Veneziani, che giunsero ad Avignone verso i primi di ottobre dell'anno 1309.

In verità i primi contatti non portarono ad alcun risultato e, nel marzo 1310, le trattative vere e proprie non erano ancora iniziate.

Il Papa esigeva che gli ambasciatori trattassero con un mandato di per se molto ampio.

Il 19 marzo 1310 il Doge e i consilieri con il consenso unanime del Maggior Consiglio concessero la richiesta di autorizzazione.

Iniziarono quindi le trattative con tre cardinali di Curia: Berengario vescovo di Tuscolo, Stefano prete di S.Ciriaco alle Terme e Raimondo diacono di Santa Maria Nova.

Anche se con grandi traversie decisionali il 15 giugno 1310 gli ambasciatori inviarono una relazione al loro governo e il 27 dello stesso mese il Consiglio Ducale rispose esprimendo piena soddisfazione.

In seguito purtroppo seguì un rallentamento a causa dell'irrigidimento Veneziano.

Nell'anno 1311 Carlo Quirini fu chiamato in patria e Francesco Dandolo proseguì da solo i negoziati inviando a Venezia frequenti Relazioni.

Il 15 giugno 1311 si giunse ad un armistizio in forza del quale si concedeva ai Veneziani di recarsi nuovamente a Ferrara ed esercitarvi liberamente il commercio.

La Repubblica si impegnava in cambio di pagare al pontefice una somma di fiorini d'oro di Firenze, che fu immediatamente inviata in due rate ad Avignone.

La controversia fu chiusa definitivamente soltanto nell'anno 1313: il 26 gennaio dello stesso anno il Papa scrisse al Doge Giovanni Soranzo annunciando che Venezia era di nuovo accolta nella Chiesa e il 17 febbraio emanò la bolla Deces sedis diretta ai Veneziani, che segnò la fine della contesa.

Nel mese di maggio del 1313 Francesco Dandolo all'età di 55 anni tornò in patria dove fu accolto con grandi onori.

Il 12 maggio dello stesso anno rispose dinnanzi a Maggior Consiglio, alla presenza del Doge Giovanni Soranzo e del Consiglio Ducale, gli accordi stipulati ad Avignone.

Questa pace ebbe un prezzo molto alto per Venezia, ma resta il fatto che grazie all'abilità diplomatica di Francesco Dandolo si consentì ad attenuare il rigore del Papa.

A questa ambasceria si lega la leggenda dell'attribuzione verso Francesco Dandolo del soprannome di" cane" per essersi presentato a Clemente V con una catena al collo in atteggiamento ben visibile.

Questa notizia in verità è di per se poco plausibile; infatti viene smentita dall'attribuzione del soprannome ad altri membri della famiglia fra cui il padre Giovanni, ma indubbiamente vale in ogni caso come testimonianza indiretta delle difficoltà incontrate ad Avignone.

Nel settembre 1314 Francesco Dandolo si trovava in Romania.

Invio al Doge un inventario dei danni provocati dai Genovesi ai Veneziani dopo la pace del 1299; il 15 dicembre dell'anno seguente era Capodistria fra gli arbitri di una contesa circa il possesso di terre abusivamente occupate dal conte di Gorizia e il 6 marzo 1317 è di nuovo a Venezia dove trattò con i Trevigiani per conto della Repubblica.

Il 17 agosto del 1317 fu nuovamente eletto bailo di Negroponte dove arrivò a Venezia tra il 6 dicembre e il 3 marzo 1318 restandovi fino a 1319.

A Venezia, nel giugno 1320, ebbe l'incarico di conferire con gli ambasciatori di Niccolò conte palatino, Despota di Romania, assieme a Niccolò Zane e Marino Falier.

Un documento del marzo 1321 ricorda Francesco Dandolo come podestà di Capodistria e un altro dello stesso anno attesta che il 21 agosto fu eletto conte di Zara.

Assieme a Marino Falier, Niccolò Arimondo ed Enrico Michiel condusse inoltre, per conto della Repubblica, le trattative con l'emissario del Patriarca di Aquileia cui fece seguito un trattato concluso Venezia l' 8 dicembre 1321.

Francesco Dandolo è ricordato infine il 2 aprile 1326, qui è fra i creditori del fiorentino Andrea Pilestri e, il 9 maggio dell'anno seguente, fra gli Dieci Savi eletti a Venezia per esaminare le questioni di Negroponte.

Vi sono notizie poco attendibili che Francesco Dandolo sia stato anche procuratore di San Marco dopo la negoziazione ad Avignone.

 

Il 4 gennaio 1329 Francesco Dandolo e' Doge.

 

Il 4 gennaio 1329 Francesco Dandolo fu eletto Doge succedendo a Francesco Soranzo.

Dopo poco tempo inviò alcune navi in Sicilia per rifornire il grano a Venezia travagliata dalla carestia, ottenendo così un ampio consenso fra il popolo.

Vi fu un avvenimento importante riguardante la politica estera riguardante lo scontro con il Patriarca di Aquileia in seguito alla dedizione di Pola e di Valle in Istria i cui abitanti, cacciati i governatori imposti dal patriarca, si sottomisero alla Repubblica.

La breve guerra che ne seguì terminò con la cessione di Pola e di altre località ai Veneziani in cambio di un tributo annuale.

Nel frattempo Venezia fu chiamata a partecipare alla crociata che si andava organizzando per iniziativa del Papa Giovanni XXII e di Filippo VI re di Francia.

 

1330-1339

 

I preparativi iniziarono nel 1330 e il 22 luglio 1332 il Re prese la croce cercando di trascinare tutto l'Occidente nell'impresa.

Il 18 novembre 1331 Filippo VI aveva scritto al Doge annunciando il progetto chiedendo l'invio di ambasciatori in Francia per informarlo in merito alla partecipazione Veneziana.

La Repubblica di Venezia aderì alla richiesta ponendo una serie di condizioni preliminari e impegnandosi a fornire un certo numero di navi.

Il progetto di una crociata in Terrasanta in ogni caso non sembra avere portato esaltazione tra i Veneziani, il loro interesse piuttosto era rivolto al contenimento dell'espansione ottomana dove venivano minacciati i possedimenti in Levante.

Con questa precisa visione fu infatti conclusa una lega avente durata di cinque anni con Andronico III imperatore di Bisanzio e i Cavalieri di Rodi.

Il 6 settembre 1332 venne stabilito di armare venti galere per combattere i Turchi.

In seguito in data 2 novembre 1333, anche il Re di Francia, rispondendo alla richiesta di Francesco Dandolo promise di inviare alcune navi in appoggio agli alleati.

L' 11 novembre 1333 Filippo VI scrisse nuovamente a Francesco Dandolo comunicandogli il prossimo inizio della spedizione e chiedendo l'invio di ambasciatori a Parigi, si esposero i dettagli dell'impresa che doveva iniziare in maggio con il concentramento delle navi a Negroponte.

Ma la morte di Giovanni XXII e la aggravarsi dei rapporti Franco Inglesi ritardarono la crociata, che due anni dopo Benedetto XII sospese.

Nel 1336 Venezia entrò in guerra con gli Scaligeri.

L'espansionismo di Mastino II della Scala nel mille 336 signore di Verona, Vicenza, Padova,Feltre, Belluno, Brescia, Lucca e di altre località minori portò al conflitto con Venezia quando questa vide direttamente minacciati i propri interessi.

I motivi di attrito andavano dalle rivendicazioni territoriali dello scaligero al boicottaggio delle proprietà veneziane in Terraferma, ma la crisi fu accentuata dall'imposizione di un dazio a Ostiglia per le barche che navigavano nel Po e, soprattutto, dal tentativo di impiantare saline a Petadebò nei pressi di Chioggia.

La Repubblica di Venezia rispose con rappresaglie economiche e Mastino II, a sua volta, interruppe il rifornimento di Venezia dalla Terraferma.

Si cercò comunque di trovare una conciliazione per iniziativa dei Veneziani, che cercavano di impegnarsi al di fuori del loro ambito tradizionale.

Purtroppo le trattative fallirono per l'intransigenza di Mastino II, che nel frattempo terminava di costruire un castello a Petadebò.

Quindi si decise la guerra, sia pure fra molte opposizioni: il Doge stesso fu un tenace avversario dell'intervento.

Il 22 giugno 1336 Venezia strinse con Firenze una alleanza antiscaligera, cui successivamente aderirono i signori di Milano, Ferrara e Mantova in data 10 marzo mille 337.

Nell'anno 28 luglio 1337 aderirono anche il principe Carlo di Boemia e il fratello Giovanni di Carinzia.

Le operazioni militari fin dall'inizio furono favorevoli agli alleati.

Pietro de Rossi, che gli Scaligeri avevano cacciato dalla signoria di Parma il 10 ottobre 1336 fu nominato comandante dell'armata Veneto fiorentina ricevendo solennemente dalle mani di Francesco Dandolo il vessillo della Repubblica.

Con l'aiuto dei Chioggiotti Pietro de Rossi occupò il castello di Petadebò che fu completamente distrutto il 22 novembre 1336.

Il 3 agosto 1337 Padova si consegnò a Pietro de Rossi e, poco tempo dopo, Brescia Bergamo si arresero ai Visconti, mentre Feltre e Belluno dovette cedere a Carlo di Boemia.

Dopo un breve periodo Lucca era minacciata dalle truppe di Rolando de Rossi, succeduto nel comando al fratello ucciso all'assedio di Monselice.

Trovatosi in una posizione molto scomoda, Mastino II chiese la pace che fu sottoscritta a Venezia il 24 gennaio 1339.

La Repubblica ottenne il ripristino della libertà di navigazione lungo Po con l'abolizione dei dazi, il pagamento dei danni e la cessione di Treviso.

Castel baldo e Bassano vennero ceduti a Ubertino da Carrara signore di Padova, che aveva favorito la presa della città.

Il 14 febbraio mille 339 fu celebrata solennemente la pace con un torneo in piazza San Marco.

Venezia con l'acquisto di Treviso si assicurava per la prima volta un ampio possesso di Terraferma.

Iniziava così una politica che eppure abbandonata dagli immediati successori di Francesco Dandolo, sarebbe stata portata in seguito a più ampi sviluppi.

La Repubblica prese possesso di Treviso nello stesso anno inviandovi i propri governatori, ma l'atto formale di dedizione fu sottoscritto soltanto all'inizio del 1344 sotto il Dogato di Andrea Dandolo.

La conquista consolidò la potenza Veneziana rivelandosi vantaggiosa anche sotto il profilo economico.

 

Francesco Dandolo morì a Venezia il 31 ottobre 1339.

 

Nel suo testamento, che risale a cinque giorni prima della morte, il Doge chiese di essere sepolto nella chiesa di Santa Maria dei Frari di cui era stato benefattore, destinando l'arca a sè e alla moglie, se anche questa lo avesse voluto.

 

In effetti nel testamento del 22 aprile 1348 Elisabetta Contarini dispose di essere tumulata ai Frari.

 

Risulta che all'apertura della tomba il 27 maggio 1818 le sue ossa non furono trovate accanto a quelle del marito.

 

L'unico figlio di nome Gratone gli era premorto ma Francesco Dandolo aveva un figlio naturale, di nome Zanino, cui lasciò quasi tutte le proprie sostanze fra cui erano il palazzo situato a San Polo e notevoli proprietà nel Ferrarese.

Francesco Dandolo aveva anche tre figlie, Marchesina, Sofia, moglie di Nicolo' Gradenigo e Agneta sposata con un componente della famiglia Falier.

 

 

 

 

 

 

La tomba del doge Francesco Dandolo. Sull'urna è rappresentata la "dormitio virginis". Sopra l'arca sepolcrale c'è la lunetta dipinta da Paolo Veneziano con S. Francesco e S. Elisabetta d'Ungheria  che presentano alla Madonna con il Bambino rispettivamente il doge Dandolo e la dogaressa.

 

 

 

 

 

Zecca

 

 

 

 

 

 

 

Durante il Dogato di Francesco Dandolo vi sono parecchi decreti nei capitolari dei Massari all'oro e all'argento riguardanti la regolazione della stima, l'affinamento dell'oro, il prezzo del metallo, l'utile proveniente dalla fabbricazione, la resa dei conti che ciascun Massaro deve fare agli ufficiali de le Razon, e altri meno importanti particolari nell'amministrazione  della Zecca.

Altri decreti della Quarantia si occupano di vasellame e gioielli fabbricati in argento dagli orefici.

Questi manufatti devono portare impresso il sigillo dell'artefice, e quindi dopo essere saggiati dovranno essere contrassegnati con il punzone di San Marco.

Gli estimatori dell'oro a Rialto ed i soprastanti all'arte degli orefici hanno l'obbligo di sorvegliare l'adempimento di tali prescrizioni, come pure al divieto di vendere argenti forestieri.

Il Maggior Consiglio nel 18 luglio 1331 autorizza il Senato a trattenere le cose dell'argento e delle monete assieme alla Quarantia.

In questa epoca mancano i registri della Quarantia, e quelli misti del Senato non iniziano se non dall'anno 1332, per cui mancano i decreti che ordinano l'emissione di due nuove monete coniate da Francesco Dandolo esistenti in tutte le raccolte di monete veneziane.

Una di queste rappresenta per la prima volta il soldo, ventesima parte della lira, l'altra moneta rappresenta la metà del grosso, detta perciò mezzanino.

Le due monete sul diritto hanno il Doge che tiene in mano lo stendardo della croce, raffigurato in piedi nel mezzanino ed in ginocchio nel soldo.

Al rovescio vi è San Marco, (nel mezzanino a mezzo busto), con la destra che benedice, e nel soldo la rappresentazione del leone; questo non è però disegnato in quel modo che più tardi divenne classico. In questa moneta il leone è senza ali, rampante e con il vessillo fra le zampe anteriori.

Una cronaca Veneta del secolo XVI, che si conserva nella biblioteca di San Marco (vedi documento XIII), lo descrive con le seguenti parole:...Lanno de Xpo MCCCXXXIX el ditto de missier Francesco Dandolo dose primieramente fese bater et cugnar una moneda chiamada mezanini,... li qual valeva pizoli XVI l'uno et ancora soldini e questa moneda fo ditte vechie... .

Un altro codice esistente pure nella biblioteca Marciana dice che nell'anno mille 328...ancora in sto tempo questo doxe fece cuniar tre sorte de monete una che si chiamava matapan, l'altra mezanini che valeva piccoli 16 et la terza soldini de piccoli 12 l'uno.

La cronaca Magno indica soltanto il mezzanino dimenticando paradossalmente il Soldino.

Marin Sanuto ricorda entrambe le monete ma sbaglia l'attribuzione del prezzo del mezzanino, che dice sia equivalente ad un non soldo e mezzo.

Al tempo di Francesco Dandolo il grosso valeva trentadue piccoli, e quindi la sua metà non poteva valerne che 16.

Il vari autori non sono d'accordo nemmeno sull'epoca.

Le due cronache anonime sopra citate stabiliscono l'emissione; la prima avvenuta nell'anno 1328 e la seconda nell'anno mille 339.

Marin Sanuto porta la data all'anno  1337; ma nessuna di queste dovrebbe essere la data precisa. Francesco Dandolo fu eletto Doge nel 4 gennaio 1328 secondo l'usanza Veneta, che corrisponde all'anno 1329 dall'uso comune, e non è probabile che abbia coniato le nuove monete nel primo mese del suo regno per la solita problematica portata ai tempi necessari per le esecuzioni dei conii e la fabbricazione delle monete.

Resta comunque con assoluta attendibilità che l'emissione delle monete fu ordinata molto prima dell'anno 1337, come lo dimostrano i due documenti riportati dall'Azzoni Avogadro nell'appendice del suo lavoro sulle monete di Trevigi.

Nel suo testo descrive che i documenti consultati nel tomo IV dello Zanetti, hanno la data del 7 e 8 novembre 1332 e contengono la consultazione degli anziani del comune di Treviso.

Nella lettera del Podestà indirizzata a Guglielmo Bevilacqua rappresentante i signori della Scala, si lamenta la introduzione di moneta nuova Veneziana da 16 denari chiamata mezzanino, e molto più dell'altra da dodici denari, chiamata ginocchiello, perché si valutavano più del giusto loro pregio e sulla forma dei medesimi se ne fabbricavano di false.

 

Per mettere in chiaro l'attendibilità dell'accusa il conte Papadopoli Aldobrandini fece saggiare le due monete trovando che il mezzanino aveva il titolo di 780 millesimi, ed il Soldino 670 millesimi.

 

I Trevigiani avevano ragione di lamentarsi delle due nuove monete, perché sebbene il loro peso relativamente al grosso fosse eccedente, l'intrinseco era troppo scarso.

Essendo l'intrinseco scadente, la Zecca vi trovava largamente guadagno, e coniava più volentieri il mezzanino ed il soldo che il grosso, ma la stessa ragione produsse in seguito problemi riguardo al valore relativo di queste monete fra loro.

A causa di ciò il grosso dovette aumentare di prezzo.

Vi è un'altra cronaca del tempo riguardante il malcontento dei Trevigiani basato sul fatto che sul modello delle nuove monete vi fossero delle falsificazioni.

Lo conferma un decreto della Quarantia datato 17 novembre 1338 che proibisce certi soldadini (Soldini) ...fabbricati in grande quantità nella Slavonia ed in altre località ad imitazione dei Veneziani... , e che ordina ai pubblici ufficiali di confiscarli e di distruggerli.

Pochi mesi dopo, per l'esattezza il 18 gennaio 1339, lo stesso Consiglio rinnova gli ordini e ricorda queste ed altre pene minacciate dalle leggi contro coloro che avessero e tenessero ... moneta de soldadini  mala et falsa.

 

 

 

 

Fonti e Bibliografia

 

 

Biblioteca nazionale Marciana

 

Missive italiane, cl. VII, 128 a- 8639-G. Caroldo, Historia di Venetia, ff. 170r-188r.-ibid. missive italiane, classe n. VII, 16-= 8305: G.A Capellari Vivaro, il Campidoglio Veneto, n. II, ff. 4v-5r.

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N.Sanuto, vitae ducum Venetorum, in L.A.Muratori, rer, ital. Scritti, XXII, Mediolani 1733, codicilli 600-606.

A.S.Minotto , Documenta ad Belunum Cenetam Feltria Tarvisium spectania, I,Continens docc.usque ad a. MCCCXXIII, Venetiis 1870, pagine 102, 130.

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Diplomatarium Veneto-Levantinum sive acta et diplomata res Venetas graecas atque Levantis illustrantia, a cura di G.M.Thomas, I, 1300-1350, Venetiis 1880.

Antichi testamenti tratti dagli attivi della Congregazione di Carità di Venezia,s. 7, Venezia n. 1888, pagine 9-16.

G. Soranzo, la guerra fra Venezia e la Santa Sede per il Dominio di Ferrara 1308-1313, città di Castello 1905, documento 20, pagine 170-174.

J.Piacentino, cronaca della guerra Veneto-scaligera.

 

P.Sambin, Le deliberazioni del Consiglio dei Rogati-Senato

B.Cecchetti, la vita dei Veneziani nel 1300.

 

Biblioteca di San Marco

 

Frari, registro n. I, codicilli 3, 4, 16, ibid., Procuratori di San Marco, atti misti, b. 173, fascicolo 6 Commissaria di Francesco Dandolo.Codice 519, classe n. VII, Ital, carte. 82.

Elezioni, Deliberazioni, decreti, istituzioni, accordi, privilegi, creation di Magistrati, ordini,Corretioni,Parti delli Consigli et altro, estratto da una cronaca anonima manoscritta, Codice 1800, classe n. VII,Ital. Pagina 136.

Codice 513, classe n. VII, volume n. I, carte 91.

Marin Sanuto,Vita ducum Venetorum, in Muratori, Rerum Ital. Scritto volume n. XXII, colonna 601.

 

Biblioteca Queriniana di Brescia

 

A.Da Mosto, i Dogi di Venezia nella vita pubblica privata, Milano 1960 pagine 106-110.

G.Gracco, la cultura giuridico-politica nella Venezia della "Serrata" ibid, pagine 243

 

Zecca

 

Archivio di Stato di Brescia

 

Zanetti G.A. Opera citata, tomo n. IV, pagine 166-167.

Capitolare dei signori di notte CCCI. Carte 110, ivi CCCIII, carte 112.

Capitolare dei Massari all'oro romano XXXVII, XXXIX, XL, XLI, XLII, XLIII,XLIIII,XLV,XLVI,XLVII, e XLVIII carte 13-17.

Capitolare dei Massari all'argento, 23 ottobre e 11 dicembre mille 335, carte 23-26.

Documento XIII.

 

Archivio di Stato di Venezia

 

Senato, misti, registro 18, carte 33.

V.Solitro. Documenti storici sull' Istria e la Dalmazia. Venezia anno mille 844.

L'ultimo conte di Veglia. Relazione del segretario Antonio Viciguerra.

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