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AGGIORNATO IL 2 GENNAIO 2017

 

 


LEONARDO DONA'

DOGE 90° (1606-1612)

 

 

 

DI  ROLANDO MIRKO BORDIN

 

 

   

Leonardo Donà nato il 12 febbraio 1536 da Giovanni Battista e da Paola Corner da S.Samuele, i quali ebbero, compreso lui terzogenito, sette figli maschi ed una femmina.

La casata dei Donà era un’agiata famiglia del Patriziato veneziano, i cui membri integravano l’attività mercantile con il servizio nelle Magistrature e nel Consiglio della Repubblica.

Mercante era stato il padre, il quale aveva raggiunto l’apice della sua carriera di Governo nel Regno di Cipro, dapprima come Consigliere, poi come Luogotenente del Regno.

Leonardo Donà secondo le cronache del tempo si dedicò poco al commercio mercantile, preferendo di gran lunga l’agricoltura facendola diventare fulcro della sua attività economica.

Dapprima con il fratello Nicolò, poi da solo, acquistò parecchi appezzamenti di terreno nella Bassa veronese.

Era questa una gestione oculata, di cui Leonardo Donà teneva minuziosamente una contabilità su una serie di Registri di cui quattro consultabili all’Archivio di Stato di Venezia portanti le date che vanno dal 1574 al 1612.

L’agricoltura non era l’unica fonte di guadagno per Leonardo Donà .

Anzitutto vi erano le Obbligazioni per il Debito Pubblico dove un Consorzio di Gondolieri pagava una retta annuale per la concessione gestionale di un traghetto di sua proprietà; infine vi erano gli stipendi corrispostigli per le Cariche pubbliche ricoperte, quindi un patrimonio valutabile 1400 Ducati nei tre anni precedenti all’assunzione al Dogato.

Si valuta che verso la fine della sua vita Leonardo Donà disponesse di un patrimonio di 85.000 Ducati, somma questa elevatissima per quel periodo.

Leonardo Donà a soli quattordici anni già collaborava col padre, allora Savio alla Mercanzia, sbrigandogli la corrispondenza di Ufficio.

 

1566 al 1558

 

In virtù dell’estrazione della bala d’oro, aquisì il privilegio di entrare in Maggior Consiglio all’età di venti anni, anche se preferì fare esperienza diretta di Governo a Cipro, seguendo il padre, che era stato eletto Luogotenente con la durata di due anni e precisamente dal 1566 al 1558.

 

1561-1570

 

La carriera vera e propria di Leonardo Donà nel Governo della Repubblica iniziò il 29 marzo 1561, quando fu eletto Savio agli Ordini,per poi essere avviato alle Cariche Giudiziarie-Amministrative, che costituivano il tirocinio del futuro uomo politico.

 

Nel settembre dell’anno 1561 è nel Collegio dei Dodici.

 

Nell’aprile dell’anno 1562 è Ufficiale al Cattaver (1).

 

Nell’ottobre 1567 è Ufficiale alle Cazude (2).

 

Nell’aprile 1569 è Provveditore di Comun.

 

Il grande riconoscimento arrivò il 29 luglio 1569, all’età di soli trentatre anni, bruciando tutte le tappe, con la nomina di Ambasciatore della Repubblica presso il Principe più potente d’Europa, Filippo II, Re di Spagna.

Dopo poco tempo che Leonardo Donà aveva lasciato l’Italia, un messo Turco era giunto a Venezia e aveva chiesto formalmente in Collegio che la Repubblica cedesse Cipro al Sultano Selim II portando una certa preoccupazione all’interno del Maggior Consiglio.

All’inizio di luglio l’esercito Turco era sbarcato nell’isola proseguendo immediatamente all’occupazione, trovando resistenza solamente a Famagosta.

Era questa una dimostrazione evidente dell’espansionismo Ottomano, volto contro il Dominio Veneto, che si sarebbe proiettato, superato quel primo ostacolo, verso altre terre, in Italia e nel cuore dell’Europa .

 

Quindi bisognava concludere una alleanza con il Papa e con il Re di Spagna, che, oltre ad essere militarmente il più forte, era direttamente minacciato in una zona ad occidente.

Le trattative si svolgevano a Roma, ma Leonardo Donà doveva tenersi costantemente in contatto con Filippo II che si spostava in continuo da un luogo all’altro del suo Regno cercando di invitarlo ad una decisione definitiva oltre che rapida.

Era questo un lavoro diplomatico in cui Leonardo Donà doveva agire di sua iniziativa, per il motivo che da Venezia non giungevano istruzioni.

Al vedere degli Spagnoli, bisognava evitare che una azione comune contro il Turco fosse sfruttata dalla repubblica per i suoi fini particolari, con alcune conquiste nel Mediterraneo, ad esempio la Morea, rafforzando così la propria posizione anche in territorio italiano ai danni della Spagna e della Sede Apostolica.

L’intenzione dei veneziani era quella che bisognava impedire a tutti i costi che una lega contro il Turco fosse dominata dalla Spagna e dalla Sede Apostolica, così che l’eventuale successo avrebbe giovato sopratutto a loro, ma in maggiore modo alla Repubblica.

 

1571

 

Leonardo Donà nel mese di marzo dell’anno 1571 ebbe un colloquio molto acceso con Filippo II, chiarendo che la Spagna non si doveva minamente illudere riguardo a Venezia, dicendo che se la stessa Venezia avesse potuto perdere altri parti del suo Dominio l’indomani, la Repubblica avrebbe “recuperato tutto” (Seneca, pag.72).

Finalmente il 25 maggio 1571 fu stipulata l’alleanza tra la Repubblica, il Papa e la Spagna, questa coronata dal successo della grande vittoria navale di Lepanto avvenuta il 7 ottobre 1571.

Leonardo Donà cercava di tenere sotto pressione Filippo II convincendolo di continuare l’azione efficace contro il Turco militarmente debole.

Tutto questo non servì a nulla all’interno del Dominio veneto a causa della intricata e poco chiara diplomazia spinta dai Patrizi, aventi questi forti interessi commerciali.

Il Consiglio dei Dieci e la Zonta che, all’insaputa del Senato, nel quale prevaleva il partito favorevole alla guerra, avevano tenuto sempre vive le trattative con il Turco, quindi si concluse segretamente il 7 marzo dell’anno 1573 una pace separata, rinunciando Venezia all’isola di Cipro.

Leonardo Donà ricevette la notizia amara del Gran Consiglio riguardo la “decisione”, a Madrid il 17 maggio.

Il secolo XV era caraterizzato da eventi molto importanti in cui, la Repubblica aveva osato contrapporsi alla Sede Apostolica, proprio mentre essa stava assestandosi come grande Stato territoriale recuperando il prestigio Spirituale offuscato dal lungo periodo di scisma Pontificio dei grandi Concili di Costanza e di Basilea.

Infatti la Repubblica non aveva contestato il ruolo di guida Spirituale della Cristianità che la Sede Apostolica aveva da sempre svolto.

Essa riteneva però di fare sentire la propria voce criticando i vizi diffusi nella Chiesa, aventi questi interessi temporali e non Spirituali con la corruzzione che ne derivava in seno ad essa.

Era questa una questione che vedeva Leonardo Donà in primo piano, a difendere il diritto della Repubbblica della Serenissima contro la Sede Apostolica e il Patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, causa la spigolosa questione del : “ Feudo di Taiedo” (2).

 

1573-1585

 

Dopo il ritorno a Venezia di Leonardo Loredan dalla Spagna avvenuto il 18 novembre 1573 viene eletto a una serie di incarichi pubblici importanti.

 

Il 28 dicembre 1573 è Savio di Terraferma .

 

Il 19 ottobre 1574 è Provveditore sopra i Beni Comunali.

 

Il 12 dicembre 1574 è Procuratore sopra gli Atti del Sopracastaldo.

 

Il 29 settembre 1575 è ancora Savio di Terraferma.

 

Il 27 dicembre 1576 ricopre la Carica più importante , quella di Consigliere dei Dieci e il giorno dopo quella di Savio del Consiglio.

Era tempo ormai per l’assunzione di una importante Carica nella Terraferma e Leonardo Donà l’ottenne con l’elezione, il 23 febbraio 1578 a Podestà di Brescia.

Vi restò due anni, aquisendovi le conoscenze amministrative che una città difficile come Brescia poteva fornire.

Il 26 novembre poco dopo il rientro a Venezia da Brescia Leonardo Donà è Ambasciatore ordinario a Roma.

In questa città fu un avversario irriducibile per il Patriarca di Aquileia Giovanni Grimani .

Leonardo Donà nei suoi scritti dice che il Patriarca Grimani è più pericoloso del Papa, capace di sconvolgere quanto la Repubblica aveva più a cuore ovvero la compattezza del Patriziato.

Tra l’anno 1584 e il 1585, nel Governo Veneziano vi erano Senatori molto influenti che si adoperavano per la Repubblica con l’intento di avvicinare la Spagna, vedendo un mezzo per risolvere sia il problema della sicurezza nel Mediterraneo causata dall’Impero Ottomano, sia la crisi del commercio Veneziano che si sarebbe dovuto svolgere dal Levante ai Porti controllati della Spagna, ove continuavano a giungere Navi cariche di Spezie, diventando così la stessa Venezia distributrice ; in pratica era un mettere la Repubblica sotto il controllo del monopolio spagnolo.

Leonardo Donà non era assolutamente daccordo alla scelta adottata dalla Repubblica opponendosi già nell’anno 1583.

Il senato comunque ritenne necessario mandare a Roma un Ambasciatore straordinario a spiegare il perchè delle scelte diplomatiche della Repubblica : anche se controvoglia “il migliore” Leonardo Donà dovette rappresentare la Repubblica, e dobbiamo affermare che la sua spiegazione dei fatti   era strutturata molto abilmente anche se trovò Sisto V descritto come “terribile e precipitoso”.

 

1595-1606

 

Nell’anno 1595 Leonardo Donà veniva mandato a Costantinopoli, a portare le cordoglianze della Repubblica in occasione della morte del Sultano Muràd II.

Era una missione non ambita, perchè preceduta troppo vicino alle altre, e per la stanchezza del viaggio con annessea l’impegnatività delle questioni da dibattere.

Non si trattava sicuramente di porgere le condorglianze e felicitarsi per il sucessore, ma bisognava rinnovare l’accordo di pace turco-veneto, cercando in qualche modo di ottenere qualche modifica commerciale a favore della Repubblica, affrontando allo stesso tempo il problema gravoso della liberazione dei prigionieri di guerra.

Venezia trovò nel nuovo Sultano un interlocutore difficile, carico di odio non solo per l’Impero Asburgico con il quale era in guerra nel territorio dell’Europa sud orientale, ma anche verso la Repubblica.

Grazie alle doti di abile oratore Leonardo Donà riuscì a placare questo rancore del Sultano portandone stupore e compiacimento all’interno del Senato veneto.

Leonardo Donà trovò in questa risoluzione la stima da parte del Senato che lo vedeva adatto a modificare il vecchio orientamento politico della Repubblica, oltre ad essere molto temuto dai Patrizi suoi avversari, ma in particolare modo il terrore era all’interno della Sede Apostolica.

Nell’anno 1591 Leonardo Donà era stato eletto Provveditore di S.Marco, (questa Carica era la più prestigiosa dopo quella Dogale).

Nell’anno 1593 era Provveditore generale del Friuli, mandato per scegliere il luogo più adatto per erigere una grande Fortezza capace di difendere da eventuali attacchi nord orientali ( sarà la Fortezza di Palmanova).

Negli anni 1592-1593-1594-1602-1605, è Savio agli Ordini.

Nell’anno 1601 è Provveditore generale in Terraferma con l’ordine preciso di controllare tutto l’esercito dislocato in vari punti strategici compreso il sistema strutturale delle Fortificazioni, esperienza questa che gli farà constatare la forza militare terrestre della Repubblica.

Tornando un attimo a ritrorso e precisamente nell’anno 1600 l’azione della Repubblica nei confronti della Sede Apostolica si fa sempre più aspra.

Nell’anno 1603 durante una udienza in Collegio, il Nunzio apostolico avente l’incarico del Pontefice disse che egli avrebbe sicuramente scomunicato “il Capo e i Soldati” che il Governo veneto avesse inviato nella città.

La scomunica, l’interdetto, le armi spirituali che la Sede Apostolica aveva tante volte brandito contro la Repubblica tra il 1400 e il 1500 erano nuovamente nell’aria.

Il 10 dicembre 1605 Papa Paolo V minacciò di colpire con l’interdetto l’intera Repubblica di Venezia se il suo Governo non avesse revocato una Legge del 1° gennaio, in cui si ordinava di non erigere Chiese, Monasteri ed altri luoghi Pii senza licenza del Consiglio dei Dieci, era questa la Legge del 26 marzo 1605 che stabiliva l’impossibilità di alienare beni stabili ad uso ecclesiastico, a Venezia e nello Stato.

Due Decreti giudiziari parlavano chiaro riguardo due ecclesiastici imputati di reati comuni tradotti alle carceri e rimessi al giudizio del Foro secolare .

Paolo V voleva dimostrare alla Repubblica all’inizio del suo Pontificato che con lui iniziava una politica di assoluta intransigenza .

In realtà, non si temevano tanto le innnovazioni Legislative o Giudiziarie, ma l’orientamento di Governo.

 

IL 10 GENNAIO 1606 LEONARDO DONA' E' DOGE

 

Il  nocciolo della questione stava semplicemente nel fatto che morto il Doge Marino Grimani nel dicembre 1605, fosse eletto a succedergli il 10 gennaio 1606 proprio Leonardo Donà, dimostrando che non sarebbe stato per niente facile far accettare alla Repubblica le ingiunzioni di Paolo V.

Leonardo Donà, che spesso indulgeva all’autocompiacimento, annota in un suo Registro dicendo che la sua elezione a Doge era stata “udita et ricevuta dall’universale di tutti li ordini della città con grande applauso”( vedi Archivio privato Donà delle Rose, Registro L.D. 1593-1607, n°5).

Sicuramente una personalità come quella del Doge Leonardo Donà suscitava, sopratutto in un periodo così particolare, anche grandi ostilità e preoccupazioni.

Eppure in una lettera a Roma dell’autunno dell’anno 1606 il Patriarca di Aquileia Francesco Barbaro uno dei maggiori oppositori segnalava” il parziale ripensamento del Doge Leonardo Donà”, il quale era ormai disposto ad accettare il progetto di mediazione proposto da un Ambasciatore Straordinario del Re di Spagna, progetto che prevedeva la pesante condizione di accettazione da parte del Senato Veneziano a sospendere le Leggi contestate.

Francesco Barbaro, d’intesa con altri Patrizi accondiscenti al suo orientamento coglieva l’occasione per intensificare la politica Curiale inducendo i Senatori a cedere.

I Patrizi dall’altra parte, fautori della intransigenza, erano letteralmente sconcertati dall’atteggiamento di Leonardo Donà.

Nel Senato il Doge spiegò che egli era favorevole alla mediazione spagnola, per il motivo che la Spagna aveva minacciato in caso di fallimento, sarebbe dovuta ricorrere alle armi, e d’altro canto, la Repubblica non era in grado di fare fronte alla guerra e non poteva fare conto sull’aiuto della Francia e tantomeno sull’Inghilterra perchè troppo lontana per essere al fianco della Repubblica.

Il grande amico devoto di Leonardo Donà, Nicolò Contarini, gli rispose che sospendere le Leggi era privarsi della libertà e che il pericolo di una guerra, era molto aleatorio e non lo giustificava.

Causa questa risposta il Senato non si schierò con il Doge, respingendo la mediazione fatta dalla Spagna.

Leonardo Donà sapendo valutare in maniera più realistica del Senato, temeva che la repubblica cadesse in una situazione pericolosamente incontrollabile.

Nel febbraio dell’anno 1607 il Cardinale F. de Joyeuse era a Venezia, portavoce di un progetto di mediazione avallato da Enrico IV di Francia.

Contemporaneamente il rappresentante del Papa e quello della Repubblica avrebbero revocato l’uno le Censure, l’altro il rifiuto di riconoscerle.

La soluzione verrà accettata, e sancita il 21 aprile 1607.

Leonardo Donà non sarà  d’accordo con i suoi sostenitori, non vedendo altra possibilità di conclusione.

Nicolò Contarini al contrario  lo giudicava un compromesso, non vera pace.

Sicuramente Nicolò Contarini insieme al suo amico Paolo Sarpi, avrebbe voluto che la contesa si concludesse con un’assoluta umiliazione della Sede Apostolica, che sarebbe stato un rilancio della Repubblica trascinatosi troppo a lungo.

Leonardo Donà nelle udienze nei confronti del Nunzio Pontificio era molto duro, tanto al punto che ilNunzio diraderà le sue visite in Collegio, per poi negli ultimi anni del Dogato non presentarsi.

Il Doge resterà distaccato e freddo nei confronti dell’Ambasciatore spagnolo, al contrario verso l’Ambasciatore del Re d’Inghilterra a cui andavano le maggiori simpatie proponendo al Senato nell’estate dell’anno 1610 una Legge autorizzante la concessione della cittadinanza consentente il commercio anche Oltremare sotto la bandiera Veneziana  agli  Inglesi e Olandesi.

Essendo il problema della differenza di religione tra cui molti mercanti erano calvinisti, non si poneva per i Tedeschi del Fondaco o per i tanti Grigioni che venivano a lavorare a Venezia.

Anche gli Ebrei che Leonardo Donà aveva difeso nell’anno 1608 dinnanzi al nunzio sostenendo che, anche se fossero “ foresti, (infedeli) ”, dovevano essere ugualmente considerati Ebrei, e pertantonon sottoposti al S.Offizio.

Una politica estera ambiziosa questa appoggiata con tanto fervore da Leonardo Donà con il presupposto di una solidità interna al Senato.

L’interdetto aveva logorato molti equilibri sia all’interno del Patriziato e nei confronti della Terraferma.

Brescia e Verona importanti città avevano manifestato la loro devozione alla Sede Apostolica.

Comunque, in tutto lo Stato di Terraferma l’ordine pubblico era sottosopra e si attentava a destabilizzare l’autorità Sovrana, per questo verranno mandati tre Sindaci e tre Inquisitori dotati di grandi poteri per il riassetto politico.

Leonardo Donà ebbe il suo “problema” per spegnere i focolai di dissidenza trovatosi all’interno del Patriziato.

la sensazione era quella che ci fosse nel Patriziato di chi anteponeva la devozione al Papa al dovere verso la Patria, e che si fosse arrivati ad intralciare il Governo della Repubblica violandone cosi'  il segreto, informandone di ogni decisione del Senato alla Sede Apostolica.

La reazione del Senato era energica, con il forte contributo del Doge.

Gli Inquisitori di Stato in questo periodo assumevano una Magistratura inflessibile portando per esempio alla condanna a morte di un ex Ambasciatore della Repubblica a Roma, di nome Alberto Badoer, con l’accusa di avere violato per l’appunto i Pubblici segreti dello Stato.

Nell’anno 1609 Leonardo Donà acquistò alle Fondamenta Nove, una zona periferica affacciata a Murano, un lotto di terra per costruirvi il Palazzo di famiglia nella convinzione di lasciare ai posteri il suo ostentato orgoglio che aveva adoperato al servizio della Repubblica.

In questo anno all’età di settantatreanni ebbe una seria malattia da cui a stenti riuscì  guarire.

Le cronache del tempo dicono che sei mesi prima di morire fu nuovamente ammalato, ma questa volta non si ristabilì del tutto.

La data della morte di Leonardo Donà avvenuta il 16 luglio 1612, non è molto attendibile dal momento che vengono proposte due versioni.

“Infermo da  parecchi  mesi”, dice cosi' l’annotazione dei Provveditori alla Sanità, che erroneamente attribuisce la sua morte al giorno 17.

  

Malgrado l’infermità, aveva voluto andare in udienza anche il giorno della sua morte.

Conclusa la seduta, aveva voluto concedersi un po' di svago, facendosi portare con una Gondola in laguna, per rimirare da poca distanza il suo Palazzo.

 

Da questo punto in poi l’attendibilità dei fatti possono essere poco credibili.

 

Le cronache dicono che un giovane Nobile avvicinandosi all’imbarcazione aveva definito quel grande edificio una “teza”, ossia un capannone, mandando così su tutte le furie il Doge, già collerico di natura.

Rientrato nel suo appartamento dove volle rimanere solo, fù preso da malore, probabilmente da infarto durante il quale spirò.

La seconda cronaca attesta che fosse morto in seguito ad una lite avuta con il fratello Nicolò.

 

Il suo corpo fu portato alla sepoltura la sera stessa della morte, nella Chiesa di S.Giorgio Maggiore in uno spoglio monumento collocato all’interno sulla porta principale fatto costruire dai suoi nipoti testamentari al costo di 500 ducati, somma questa non sufficente per erigere un mausoleo degno di un così illustre Principe...

La sconparsa di Leonardo Donà aveva particolarmente rallegrato il Nunzio Apostolico a Venezia e gli ambienti del Patriarcato di Aquileia.

Il Dispaccio del Nunzio a Venezia rivolto alla Segreteria di Stato portante la data 21 luglio 1612 diceva che: “...egli era communemente odiato, sebbene aveva nella Nobiltà la sua particolare fattione che ora si mostra addolorata”, inoltre affermava (il Nunzio), che anche buona parte dei Veneziani erano soddisfatti, anche se, la verità era che il profondo cordoglio era nell’animo dei Veneziani.

Non prese moglie e non lasciò discendenti, vivendo sempre con la famiglia del fratello Niccolò, alla quale in vita fece godere le sue rendite.

Con tutto ciò non sembra siano state buone le relazioni fra di loro, perchè il fratello secondo le cronache del tempo, gli avrebbe rinfacciato la grande spesa fatta per l’erezione del palazzo sulle Fondamenta Nuove .
 
 
COLLEZIONE - R.M.BORDIN -
COLLEZIONE - R.M.BORDIN -

 

 

zecca

 

 

 

 

Ancor prima della scoperta dell’America, e prima che le miniere venissero sfruttate a pieno ritmo, l’oro e l’argento dei paesi settentrionali diretti all’Oriente passavano per Venezia.

Questa era diventata il fulcro principale di tutte le merci preziose, dove la Zecca riduceva sia le Verghe o Pani in pregiata moneta .

 

1478

 

Dopo che l’America divenne la principale produttrice di metalli preziosi, Venezia fu costretta ad aquistare tale merce dall’acerrima nemica città di Genova che veniva a sua volta rifornita dalla Spagna verso la fine del 500.

 

1584-1607

 

Venezia  dovette porre rimedio alla circolazione del metallo monetato danneggiato dai fallimenti dei Banchi Pisani e Tiepolo insieme ad altri 94 Banchi privati su 103 registrati attivi dal Senato il 28 dicembre 1584.

Dopo questi fallimenti continui  da parte di Banchieri privati, il Governo nell’anno 1587 decise di istituire un Banco pubblico dotato di un capitale molto forte costituito da alcune Ditte creditrici.

Fu questo chiamato "Banco Giro", il quale godendo della garanzia dello Stato, godeva della piena fiducia dei commercianti, avendo una registrazione caratterizzata da segni speciali dette figure Imperiali e in Lire di Banco.

 

La Lira di Banco, equivaleva a dieci Zecchini ovvero = Lira “de Grossi” = 20 Soldi “de Grossi” = 240 Grossi, l’equivalente di un Grosso = 32 piccoli.

 

Qesta Lira fu sempre usata dai Commercianti Veneziani soprannominata anche Lira degli Imprestdi, perchè i conti del Debito Pubblico erano tenuti con essa.

Malgrado tutto anche il Banco Giro non era un sufficente rimedio, e per questo non riuscì ad impedire il crescere continuo dell’aggio della moneta fina.

Il Senato, per rimediare i disordini delle valute, con Decreto del 9 novembre 1607 riunì a conferenza i Provveditori e il Depositario in Zecca, i Revisori e i Regolatori delle Entrate Pubbliche, i Provveditori sopra Ori e Monete, compresi i Cinque Savi alla Mercanzia, per studiare il grave argomento, avanzando adeguate proposte entro un termine non maggiore di otto-dieci giorni.

I Magistrati incaricati presentarono i risultati dei loro studi in tre scritture separate : “Parere delli Cinque Savij alla Mercantia sopra la Regolation delle Valute” - ”Parere delli Signori Proveditori et Depositario in Ceca et delli Provveditori sopra li Ori et Monete” - “Parer del clarissimo Piero Barbarigo Revisor et Regolator dell’intrada Publica” , che furono lette in Collegio il 25 novembre 1607.

La prima ordina di ripubblicare la Legge del 2 dicembre 1605, in forza della quale tutti i pagamenti di mercanzie eccedenti i 100 Ducati, onde dovevano essere fatti in partita di Banco come era stato già prescritto per le lettere di cambio fino dal 14 dicembre 1593.

Per attivare l’afflusso dei metalli alla Zecca il Decreto prescrive che, nell’arco di un anno, tutti quelli che porteranno ori grezzi stampati vengano pagati con Zecchini, e quelli che porteranno argenti, in monete di lega fina avranno la sola detrazione delle spese di Zecca.

Il secondo Decreto del 17 luglio 1608 dice che vengano proibite tutte le monete scarse e stronzate (cesoiate o limate) tanto veneziane che forestiere, ad eccezzione degli Scudi di Milano, Firenze e Genova.

Quanto alle monete d’oro oltre a quelle veneziane, sono ammessi nella circolazione gli Scudi d’oro del sole francesi, i Crociati, le Doble e mezze Doble di Spagna, gli Scudi d’oro di Genova, Firenze, Napoli, e gli Ongari di Germania.

Tutte le altre monete dovranno essere eliminate nello spazio di quindici giorni, durante i quali sarà permesso ad ogni Commerciante di disfarsene nel modo che egli crederà più conveniente.

la zecca cambierà le monete prescritte dando oro per oro e argento per argento detraendo le spese di fabbricazione come era stabilito nel Decreto precedente del 1 dicembre 1607.

Per alleviare il disagio e il danno alle persone povere un Decreto del 22 luglio provvide con norme speciali al cambio delle diverse contrade della città.

Il 31 luglio si proibì alle Casse Pubbliche di accettare Gazzette, Grossetti  da otto come fino prelevando da essi la decima parte.

Lo scopo del Senato era quello di non togliere dalla circolazione le piccole monete perchè comode al commercio.

Allo stesso tempo vietava per la durata di mesi sei l’esportazione in Levante e in altri luoghi fuori dallo Stato, delle monete d’argento veneziane senza espressa licenza dei Provveditori Sopra Ori e Monete.

Il più grave inconveniente che si presentava verso l’anno 1607 era il sopraprezzo delle monete di buona lega e in particolare modo per lo Zecchino.

Infatti nel gennaio dell’anno 1607 il senato ordinò al Provveditore Generale di Terraferma di valutare nei pagamenti lo Zecchino a Lire dieci Soldi dodici, correggiendo in secondo tempo nella Deliberazione definitiva il prezzo fissato, imponendo che gli Zecchini si valutassero nei pagamenti fatti dalle Casse Pubbliche allo stesso corso legale che avevano nelle varie piazze dove i pagamenti venivano effettuati.

Troveremo più tardi che l’oscillazione del mercato fù più favorevole all’argento, anche se il Senato forzosamente cercò di mantenere la proporzione costante fra i due metalli che vigeva già dall’anno 1593.

Il senato con Decreto ordinava sia nella città di Venezia e in tutto il Dominio di Terraferma che rimanesse fissato il prezzo degli Zecchini a lire dieci l’uno, quello degli Ongari permessi a Lire nove Soldi quattordici, delle Doble di Spagna a Lire sedici Soldi sedici, degli Scudi delle buone stampe a Lire otto Soldi otto, dei Crociati a Lire otto Soldi sedici e infine delle monete d’argento al prezzo segnato su di esse.

Tutto ciò dice il Decreto, ...per porre fine all’ingordigia e alla rapacità di coloro che hanno fatto salire il prezzo degli Zecchini e delle altre monete ad una misura maggiore del giusto..

La pubblicazione del Decreto proibitivo del 17 luglio 1607 e di quello del 5 settembre parlava molto chiaro, dicendo che in relazione dei valori delle monete a chi non rispettava le Leggi veniva loro inflitta la pena della perdita di tuttele le loro monete possedute, per poi finire alla Galera, (Nave da combattimento veneziana), nonchè alla prigione, ed altre più gravi pene corporali., secondo parerà alle Signorie Loro Illustrissime.

Altri speciali Decreti parlano della proibizione dell’introduzione nel Dominio di Talleri Tedeschi, degli Scudi in oro di Correggio, delle imitazioni degli Scudi in argento Milanesi, e di alcune monete Genovesi.

La coniazione dei Zecchini che erano da sempre apprezzatissimi, in particolare modo nei mercati Orientali, si mantenne abbondante.

 

25 OTTOBRE 1608

 

Allo Zecchino si aggiunse una nuova moneta aurea ovvero il Ducato d’oro, creata con Decreto del Senato del 25 ottobre 1608, avente lo scopo di riportare la moneta all’antico valore del Ducato di Lire sei e Soldi quattro, ponendo equilibrio di rapporto fra l’oro e l’argento.

Il nuovo Ducato doveva avere il valore di Lire sei e Soldi quattro pari a quello del Ducato nominale, quindi questa nuova moneta doveva essere ricevuta nelle Esazioni Pubbliche e nelle contrattazioni fra privati.

Nelle varie raccolte si riescono a trovare i pezzi unitari e quelli da mezzo col tipo del vecchio Ducato d’argento di Girolamo Priuli e con le rispettive indicazioni: DUCATVS; MED:DVC; più rari i pezzi con la cifra: II.

Queste monete non hanno la nota del valore in Soldi che al contrario troviamo sui Ducati d’argento vecchi e nuovi con la S.Giustina.

Rarissimi sono gli esemplari che al diritto del Ducato accoppiano un rovescio col Redentore o la S.Giustina, anche se dobbiamo considerare queste monete delle prove presentate alla Signoria che scelse di attenersi al tipo completo del vecchio Ducato.

 

FEBBRAIO 1610-24 MAGGIO 1612

 

Il nuovo Ducato d’oro però non ottenne il pieno favore dei commercianti cosicchè il 16 febbraio 1610 il Senato ordinava che gli ori scarsi calanti di peso legale che si trovavano in mano dei privati, fossero ricevuti in Zecca e ristampati in Zecchini .

Le notizie dicono che questa “riconiazione“ non avveniva con le dovute cautele da parte dei Massaro responsabile della Zecca perchè : li Cecchini ben spesso nuovi et appena cuneati escono di essa cecca scarsi et di non giusto peso, ai quali intervennero i Provveditori il 24 maggio 1612 ponendo fine a questo inconveniente.

La coniazione dell’argento fu abbastanza abbondante a seconda delle condizioni del mercato del metallo bianco.

I privati prediligevano la trasformazione in S.giustine da 124 Soldi, Scudi della Croce da 140 Soldi, con le relative loro frazioni, ai quali in questo periodo vennero ad aggiungersi lo Zecchino d’argento con i suoi spezzati.

Dello Zecchino d’argento non si riesce a trovare il Decreto che istituisce l’emissione della nuova moneta,  anche perchè a parlarne vi sono occasionalmente pochi documenti .

La proposta di emettere lo Zecchino d’argento partì dal Magistrato dei Cinque Savi alla Mercanzia nella lettera indirizzata al Doge Leonardo Donà in risposta all’incarico avuto dal Senato il 9 novembre 1607.

Lo scritto dice : ...Che sia stampata moneta d’argento di valuta di lire diese l’una con il stampo del cechino senza alcun segno del suo valore perchè dalla nobiltà di esso stampo sarà da tutti conosciuta a sufficenza, così che in essa moneta vi sii l’istessa qualità e quantità d’argento che si ritrova al presente...in cinque da quaranta di giusto peso, et similmente sia stampata moneta di valor della metà et del quarto di essa a portione col medesimo impronto del cechino per maggior comodo della città.

Et questa nuova forma di moneta raccordamo alla Signoria Vostra Illustrissima perchè vedendosi che il cechino d’oro va sproportionatamente crescendo...speramo con questa moneta possi moderarsi.

 

I Provveditori e il Depositario di Zecca insieme ai Provveditori Sopra gli Ori e Monete non furono dello stesso parere ponendo una lamentela al Senato avvalendosi di suggerimenti posti dalla Magistratura.

Traducendo in cifre per renderci conto della ragione della repugnanza dei Provveditori era che, in accedere alla proposta a diminuzione di peso della moneta, osserviamo che il nuovo Zecchino d’argento secondo le idee dei cinque Savi alla Mercanzia avrebbe dovuto pesare esattamente cinque quarti dello Scudo d’argento da otto Lire o pezzi da quaranta Soldi, ovvero Grani veneti 878 e tre quarti, mentre secondo una delle Proporzioni stabilite dai Ministri di Zecca lo Zecchino avrebbe pesato Grani veneti 837 e nell’altra Grani veneti 854.

Possiamo trovare in queste divergenze la vera ragione per cui il Senato non credette opportuno deliberare la, grave quistione che investiva tutto l’ordinamento monetario, lasciando invece che si desse parziale esecuzione alla proposta dei Cinque Savi, non portando alcuna modifica al sistema già vigente.

Infatti essa fu tradotta immediatamente in atto, per il motivo che esistono monete del tipo e del peso progettato da prima con le iniziali del Massaro all’argento: Z.P.S. Zuan Piero Sagredo eletto il 25 luglio 1607, ovvero pochi giorni dopo la presentazione delle scritture in Collegio.

Sono molti i Decreti relativi alle monete di lega bassa, perchè come ho già fatto notare, l’emissione di queste non poteva essere eseguita se non accompagnata da una speciale Deliberazione del Senato, dovendo indicare la qualità e la quantità della moneta da emettersi.

Sicuramente era per lo Stato una grossa fonte di guadagno quando veniva impiegato metallo nuovo, e quando si utilizzavano monete di scarso peso (stronzate), pervenute dalle Casse Pubbliche per il cambio.

Lo stato sempre per questo scopo di lucro usava qualsiasi mezzo perchè queste monete “diffettate” rimanessero in circolazione il più possibile, ad esempio le stesse secondo le cronache molto attendibili venivano rimesse in circolazione insieme alle nuove per vie traverse, abbassando considerevolmente i costi della fusione e della coniazione.

Talvolta avendo lo Stato la facolta di decisione usava le monete ritirate per il pagamento dei Dazi ed altre destinazioni.

Il primo Decreto porta la data del 16 marzo 1606 ordinante la coniazione di 15.000 Ducati di Gazzette e 5000 Ducati di Grossetti o monete da due Gazzette.

Il 16 dicembre dell’anno 1606 viene fatta la proposta di coniare 20.000 Ducati di Soldini e di Bezzi con soli 360 carati di fino per marca, ma il Decreto viene archiviato senza esecuzione.

 

Il 24 gennaio e il 28 aprile 1607 sono ordinate due emissioni di 50.000 Ducati l’una di Grossetti, Gazzette, Soldini con carati 550 per marca.

Nell’agosto dello stesso anno viene accolta la proposta di coniare 5000 Ducati di “becci” Bezzi, carati 360 di fino per marca.

 

I Decreti del :  

6 ottobre                                           1607

6 dicembre                                         1607

7 maggio                                             1609

21 luglio                                            1609

8 marzo                                               1611

 

ordinano emissioni di Grossetti, Gazzette e Soldini per forti quantità.

Il 3 luglio 1608 viene proposta di coniare con la stessa lega dei Grossetti e Gazzette e con peso proporzionale le monete da 6 Gazzette, le quali non potevano essere ricevute nei pagamenti pubblici o dal Banco perchè coniate per esclusivo beneficio della circolazione privata nella città di Venezia e in tutto lo Stato.

Le dieci Gazzette chiamate “vintoni” per l’aumento del prezzo dell’argento lo Stato decise la non emissione sul mercato.

La proposta non venne accolta, così come non venne accolta quando il 31 agosto successivo fu ripresentata in maniera diversa, ovvero di coniare monete da sei e dodici Gazzette con lega da 550 carati di peggio per marca, di Lire 33 per marca col tipo già preparato dalla Zecca e presentato in Senato.

Dopo il ritiro dei Sesini e dei Quattrini (causa la scarsità dell’argento in Zecca e le relative questioni di rapporto dell’oro), si era cercato di rimediare con abbondanti emissioni di monete d’argento di lega bassa come, Grossetti, Gazzette, Soldini e Bezzi, senza riuscire a sostituire la massa enorme delle monete in mistura essendo queste più gradite ai commercianti che operavano al di fuori del territorio della Repubblica.

Furono fatte alcune prove per riuscire nell’intento di utilizzo del metallo ammassato nei depositi della Zecca convertendolo in Sesini di nuovo conio e in Bezzi del valore di 6 Bagattini (mezzo Soldo).

Il 24 Novembre 1609 i Provveditori in Zecca Presentano al Senato dodici esemplari di prova di un nuovo Sesino fatto fare secondo il progetto dell’orefice Mattia Formenton.

Nelle varie raccolte esistono esemplari di monete in mistura con tipi e leggende variate che mostrano di essere prove eseguite e presentate al Magistrato.

Questi tipi di monete non vennero mai coniate per il pericolo delle facili falsificazioni.

D’altronde era assai gravoso un capitale in metallo inutilizzabile nella Zecca quantificato alla somma di 750.000 Ducati, somma molto ragguardevole per quei tempi, dove più che mai la Repubblica aveva bisogno di disporre di tutte le sue risorse per prepararsi all’eventualità di guerra con nemici potenti.

Ia diffficolta di separare l’argento dal rame comportava costi molto alti avendo a disposizione mezzi limitativi.

Il rame causa il lievitare continuo dei prezzi sui mercati doveva essere acquistato immediatamente per farne monete.

Nell’anno 1604 si era attuata la stessa strategia per i Bezzi e i Quattrini, mentre per i Bagattini si erano adoperati i vecchi sesini falsi senza fonderli.

Anche per le monete destinate al Regno di Candia si era dovuto adottare lo stesso provvedimento, chiamato con forza dai Rettori Veneziani, la dove si erano manifestati gravi disordini con danni a causa dell’invasione sul mercato di Quattrini falsi.

Nel gennaio dll’anno 1611 il Senato delibera la coniazione di due monete di puro rame per Candia, ovvero del Soldino da quattro Tornesi o Bagattini, e dei due Soldini e mezzo (10 Tornesi).

Sappiamo così che durante il Dogato di Leonardo Donà furono fatte abbondanti emissioni per spedire a Creta insieme ai Bagattini di S.Maria Formosa, forse chiamati così perchè l’immagine della Madonna impressa era la stessa somigliante a quella venerata nella Chiesa di S.Maria Formosa.

  

  

 

 

 

FONTI E BIBLIOGRAFIA

 

 

 

-Archivio di Stato di Venezia.

 

Fondo Morosini-Grimani N°168 Avvedimento d’un Clarissimo Senator Veneto, scritto ad un suo Fratello Rettore....

Collegio Secreta, Esposizione Principi, Filza 20-21.

Provveditori Sanità, Necrologi, Reg.844.

Notarile, Testamenti N° 1250.

Capitolar Masserorum

Historie Venetiane.

Senato Zecca Filza 11.

Libro d’Oro Schedario nascite sub voce: Leonardo Donà.

Provveditori in Zecca ,N°.31 (Parti di Senato) carteggio 212-212t.

Senato Terra Registro N°77 carteggio 154 t.155 - N°.19 in Diverse Deliberationi del Senato -

Scritture de diversi Magistrati in materia de Valute delli anni 1602 fin 1608 settembre.( contenenti le tre scritture).

Decreti Senato per Ori e Monete, di carte nummerate 299 e 20,carteggio 46-30-11-54-18t.-60-62t.-66-6-(51, rif.carteggio 67).

 

Terminazioni

 

carteggio 51, 21-67.

Parti Senato

carteggio 167-N°33 carteggio 21. Carteggi : 184-187-198-204-, Documento CCLXXXI.

Registro scritture e risposte I ,carteggio 7 t. N°1258 -26-30.

Senato Zecca Filza 13.

 

Biblioteca Marciana

 

Codici Italiani classe VII N°. MDCCCC: Proclami in Materia di Zecca Ori e Monetedall’anno 1551 all’anno 1772, - N° 33 del 21 aprile 1607.                              

 

Museo Civico Correr.

 

Codici Malvezzi N°131, carteggio 48 e seguenti Provveditori in Zecca .

 

Archivio di Stato di Brescia.

 

Nicolò Contarini, De perfectione rerum, Venetiis 1576.

Trascr.dall’Archivio di Stato segreto del Vaticano Dispacci del Nunzio a Venezia alla Segreteria di Stato.

A.Morosini, Leonardis Donati Venetiarum Principis vita 1625.

 

Biblioteca Queriniana di Brescia

 

G.Cozzi, il Doge Nicolò Contarini.

Carteggio Leonardo Donà, Ambasciatore a Roma col FratelloNicolò.

A.Cicogna, Delle iscrizioni veneziane, IV edizione,Venezia 1834.

 

Nicolò Papadopoli Aldobrandini,

 

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