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AGGIORNATO IL 2 GENNAIO 2017

 

 

 

 

 


NICOLO' DA PONTE

DOGE 87° (1578-1585)

                                                   

                                          

DI   ROLANDO  MIRKO  BORDIN

 

 

Nicolò Da Ponte naque a Venezia il 15 gennaio 1491, in una casa a S.Agnese, al ponte della Calcina.

Primo dei numerosi figli di Antonio e di Regina Spadolino del cavalier Dimitri di Teodoro da Costantinopoli .

L’economia dei Da Ponte era stata duramente provata nell’anno 1470, allorchè la repubblica Veneta aveva perso Negroponte, dove la famiglia possedeva cospiqui beni.

Il Barbaro riferisce che il Nonno di Nicolò, Giovanni, fece naufragio nel lasciare l’isola con una nave carica di ori e ricchezze, ma il matrimonio del padre con una donna di origine greca nell’anno 1489 lascia supporre un perdurare dei vecchi legami con il mondo del commercio.

 

Nonostante queste traversie l’educazione di Nicolò Da Ponte non venne intaccata, dal momento che gli fu maestro il celebre Egnazio, Nicolò successivamente seguì i corsi di filosofia nella città di Padova, ( che peraltro non concluse ), sembra a causa della sospensione dell’attività accademica seguita alle vicende della lega di Cambrai.

Nel 1512 circa all’età di venti anni Nicolò era stato eletto savio agli Ordini, questa carica era d’obbligo per colui che dovesse fare parte alle più prestigiose carriere politiche.

Il ventennio 1512-1532 è caratterizzato, da una prolungata assenza dell’attività politica; è molto probabile che Nicolò attese la mercatura, dal momento che era (povero), riuscì a costruire il grandioso palazzo di S.Maurizio, dove si trasferì in un periodo compreso tra il 1554 ed il 1565 accumulando fino a questo periodo una ingente fortuna quantificata in 150.000 ducati.

Nell’anno 1520 Nicolò sposò Arcangela Canal di Alvise di Luca, che gli diede due figli. Antonio e Paolina.

Accanto agli interessi economici vi erano quelli culturali.

Anche se questo binomio era difficilmente coniugabile per Nicolò era di una risolvibilità estrema.

Infatti ad avvalorare questa tesi fu la decisione del Senato che con decreto del 10 Agosto 1521 decise di affidare a Nicolò l’incarico di supplire Sebastiano Foscarini, eletto per due anni consigliere a Cipro, quale lettore di filosofia nella scuola di Rialto.

Sebastiano Foscarini era stato il maestro di Nicolò e sicuramente un grande maestro dal momento che tenne per oltre 45 anni quella prestigiosa cattedra.

Come tale aveva insegnato a Nicolò a liberare il pensiero aristotelico dal cumulo delle interpretazioni medioevali e a non tollerare alcuna ingerenza della Chiesa nelle cose dello Stato della Serenissima Repubblica di Venezia

Uniformandosi pienamente a queste direttive Nicolò riusci perfettamente bene nell’incarico.

 

Dopo un lunghissimo silenzio, il segretario alle Voci ripropone Nicolò da Ponte per la carica di bailo e capitano a Corfù, dove rimase dal 20 Luglio 1532 al 19 Maggio 1535.

Il continuo problema del rifornimento delle vittuarie, che sfociò addirittura in tumulti popolari, a fatica sedati da Nicolò, era accentuato ancora di più dai sospetti e dalle manovre dei Turchi, a loro volta incalzati dalla milizia navale di Andrea Doria.

Sicuramente fra tante difficoltà Nicolò seppe abilmente destreggiarsi pur mantenendo un atteggiamento di neutralità, anche se nel contempo riuscì a rinforzare le difese dell’isola e approvvedere la città di un fontico per i grani.

Tornato in patria fu nominato Senatore verso la fine dell’anno 1535, oltre essere eletto alla carica dei Pregadi o della sua Zonta facendone parte anche negli anni che seguirono.

Eletto avogador di Comun il 25 Gennaio 1540, derogando alla politica di pacifismo, cui le sue convinzioni inclinarono sempre, difese efficacemente Alessandro Contarini, che nel 1537, in qualità di provveditore della Flotta, aveva catturato una galera turca prima ancora che la guerra fosse dichiarata.

 

Nel febbraio 1541, Nicolò fu nominato luogotenente della Patria del Friuli, dove dimostrò una notevole abilità diplomatica nel fare accettare all’Austria la cessione a Venezia della fortezza di Marano (Lagunare) tenuta dal fiorentino Pietro Strozzi per conto della corona di Francia.

L’elezione ad ambasciatore ordinario presso l’Imperatore, avvenuta il 12 Aprile 1542, quando Nicolò era ancora nel Friuli, ebbe quindi il significato di un pubblico riconoscimento del suo operato, tanto più che il momento politico era alquanto delicato.

Dopo l’insuccesso di Algeri, Carlo V, che allora si trovava in Spagna era infatti nuovamente minacciato dai Francesi.

Passando da Genova Nicolò raggiunse Barcellona dove ottenne dall’Imperatore il permesso di esportare salnitro per la flotta della Repubblica, quindi al seguito del Sovrano ritornò a Genova nel Maggio 1543, per proseguire in secondo tempo verso la Germania.

Purtoppo a causa di una malattia fu costretto a rientrare a Venezia per l’esattezza il 18 Settembre 1543.

Iniziò proprio in questo anno la sua ascesa politica.

Indubbiamente da questo momento la sua vita fu un susseguirsi frenetico di incarichi prestigiosi.

Nicolò da Ponte ricopre le seguenti cariche:

-Primo semestre 1544, Savio di Terraferma.

-30 Ottobre 1544, entra a far parte del collegio delle Fortezze.

-09 Dicembre 1544, viene eletto riformatore dello Studio di Padova per il biennio 1545-1546.

-Dal 30 Marzo al 30 Settembre 1545 fu Savio di Terraferma.

-13 Settembre 1545, è Censore, il 30 Settembre della Zonta dei Pregadi,il 05 Dicembre del collegio delle Fortezze.

-28 Giugno 1546, savio di Terraferma e governatore delle Entrate.

-01 Ottobre 1546, fa parte della Zonta del Consiglio dei Dieci.

-1547-1548, è ambasciatore a Roma, in questo periodo cercò invano di difendere il cardinale Marino Grimani, vescovo di Ceneda, che accusato da quella comunità, dovette rinunciare alla diocesi.

In tale circostanza Nicolò avvertì come lesivo dei diritti della Repubblica il comportamento della Santa Sede,.

Questo fatto accentuò il suo anticlericalismo, nonostante il Papa lo avesse nominato cavaliere di propria decisione.

Tornato a Venezia per l’esattezza il 01 Ottobre 1548 entrava a fare parte della Zonta del Senato e l’anno seguente era nominato riformatore dello Studio di Padova.

-26 gennaio 1549, membro del Consiglio dei Dieci.

-01 Ottobre 1549, savio di Terraferma.

-01 Febbraio 1550, inviato ambasciatore straordinario a Giulio III, con Francesco Contarini, Filippo Tron e Marcantonio Venier.

Scopo della missione era ufficialmente quello di congratularsi col nuovo Papa per l’elevazione al pontificato.

Fu Nicolò da Ponte a pronunciare l’orazione, ma nella circostanza venne trattata la cessione alla Santa Sede della città di Ravenna e Cervia, ancora sotto la Repubblica di Venezia..

Nicolò da Ponte tornato a Venezia il 21 Settembre 1550 venne eletto dal Consiglio dei Dieci.

Il 12 Novembre 1550 viene nominato ancora ambasciatore presso la Santa Sede, ma questa volta come rappresentante ordinario della Repubblica.

E’ mio dovere a questo punto soffermarmi, citando un’avvenimento particolarmente interessante mirato a fare capire come in quel periodo la Santa Sede copriva un ruolo alquanto spinoso per La Repubblica.

Nicolò da Ponte giunse a Roma nel mese di Aprile 1551, dove riuscì a risolvere la pericolosa questione del vescovo di Bergamo, allora Vettore Soranzo, imprigionato in Castel S.Angelo sotto l’accusa di eresia.

La posizione del prelato era particolarmente grave, anche perché Bergamo era uno dei principali centri ereticali dell’Italia settentrionale.

Il 20 Maggio 1551 Nicolò scriveva al Consiglio dei Dieci che alle sue istanze il Papa aveva replicato con queste parole: “...yante oppositioni al vescovo, et in bona parte confessate, che mi fece stordir...”.

Alla fine Giulio III acconsentì a non privare Vettore Soranzo del vescovato, sospendendolo in modo temporaneo dalla giuristizione. Sicuramente il problema degli eretici per Nicolò costituì la maggiore fonte di preoccupazioni.

Ripetutamente dovette occuparsene, e ancora nel Settembre 1553, data vicina al suo ritorno in patria, doveva difendere da questa accusa la stessa Signoria, colpevole di avere dato udienza ad un tedesco latore di lettere del Vergerio.

Alle accuse del pontefice egli rispose che: “...non si po’ negar di udir ambasciator de ciascun Principe, Turco, Christiano over heretico”.

A questo proposito la posizione di Nicolò fu sempre quella di un’anticlericale determinato, anche se giudico errato attribuire finalità politiche a questa condotta perché, almeno fino al 1580, non ci fu a Venezia un coerente partito antiromano.

In antitesi Nicolò difese energicamente l’ortodossia della fede, nonostante uno dei suoi fratelli, Andrea, avesse abiurato il cattolicesimo e si fosse stabilito nella calvinista Ginevra.

Il 01 Ottobre 1553, Nicolò fu eletto nel Consiglio dei Dieci, in secondo tempo fu fra i tre conservatori ed esecutori delle Leggi il 03 Novembre 1553.

Fu Savio al Consiglio per il primo semestre 1554 e successivamente consigliere ducale per il sestiere di Dorsoduro.

-03 Febbraio 1555 entra a fare parte della Zonta del Consiglio dei Dieci.

-20 Luglio è nominato tra i conservatori delle Leggi.

-01 Ottobre è nuovamente nella Zonta del Consiglio dei Dieci.

-16 Novembre è savio del Consiglio.

Queste cariche furono confermate anche per tutto l’anno 1556.

-14 Giugno 1556 è tra i correttori della promissione Ducale e dopo pochi giorni, in occasione delle votazioni che portarono al Dogato Lorenzo Priuli, ricevette egli stesso dei suffragi, come esponente della fazione filofrancese ed antispagnola; posizione che egli ribadì il 15 Novembre.

In veste di Savio del Consiglio Nicolò da Ponte, combattè il parere di Domenico Morosini, sostenendo che occorreva in tutti i modi ottenere il ritiro del Duca d’Alba, che aveva invaso lo Stato Pontificio, era questo l’unico mezzo per procurare la pace duratura.

Verso Luglio 1559 Nicolò si occupò del vettovagliamento di una popolazione travagliata dalla carestia, a vantaggio della quale istituì il Monte di Pietà.

Tornato a Venezia Nicolò fu eletto ambasciatore straordinario al nuovo re di Francia, il quindicenne Francesco II, assieme a Bernardo Navagero.

Della missione che ebbe luogo tra il 27 Aprile e il 03 Giugno 1560, rimangono solo pochi dispacci da Lione, Blois, Romorantin.

Puntualmente presente nel Consiglio dei Dieci e tra i savi Grandi negli anni 1559-1561.

-29 Settembre 1561 è ambasciatore al Concilio di Trento, assieme a Matteo Dandolo.

Qui il 25 Aprile 1562 Nicolò si pronunciò nella Congregazione generale prendendo apertamente una posizione contro la tesi pontificia sull’obbligo della residenza episcopale.

A Trento i due ambasciatori si fermarono fino alla fine dei lavori conciliari, badando in particolare modo a difendere le prerogative dei sudditi di rito greco.

-02 Gennaio 1564, è savio del Consiglio dei Dieci.

-01 Ottobre 1564, è membro del Consiglio dei Dieci, poi ancora savio.

-23 Aprile 1565, è consigliere ducale per il sestiere di S.Marco.

-13 Gennaio 1566, è nominato oratore straordinario al nuovo pontefice Pio V.

Senonchè il Papa rifiutò l’inserimento di Nicolò da Ponte fra i diplomatici, secondo quanto riferiva da Roma l’ambasciatore Paolo Tiepolo.

Paolo Tiepolo così scriveva: “...Quando Sua Santità sentì nominar il clarissimo messer Nicolò da Ponte, disse: ...questo no, questo non ne piace..., non havemo bona opinion di lui...si raccordamo ch’esso deffese il vescovo Soranzo...- soggiunse Sua Santità-...si ha anco egli portato male al concilio in alcune cose”.

In effetti era stato proprio Ghisleri il principale accusatore del vescovo di Bergamo che Nicolò aveva invece tenacemente difeso, a Venezia come senatore e a Roma come ambasciatore, quindici anni prima, ma fu con molta probabilità l’atteggiamento tenuto a Trento da Nicolò da Ponte la causa fondamentale del rifiuto pontificio.

Quindi Nicolò dovette dichiararsi ufficialmente ammalato rinunciando a fare parte della delegazione, pur non astenendosi dal difendere pubblicamente la propria condotta.

Con una scrittura letta personalmente in Senato il 18 Febbraio ricostruì il proprio operato riguardante il concilio di Trento, alla luce delle direttive impartitegli dalla Repubblica di Venezia, lasciandolo sottindendere, nella conclusione, un avvertimento di non volere offenderne l’onore.

La vicenda non incise minimamente sul prestigio di Nicolò da Ponte che rimase presente nelle massime cariche dello Stato.

-Novembre 1567, è tra i Quarantuno elettori del Doge Pietro Loredan, un mese più tardi è consigliere Ducale.

-Marzo 1570, è riformatore di Padova.

-30 Luglio, è procuratore di S.Marco “de ultra” (carica importantissima).

Il conferimento di un tale onore , avvenuto nel corso della guerra di Cipro, suonava come una sanzione ufficiale del ruolo da lui ricoperto nella circostanza, che sicuramente era questa la più significativa della sua vita.

Infatti Nicolò fu uno degli ispiratori della politica pacifista tenacemente perseguita dal Consiglio dei Dieci, che portò alla conclusione del conflitto.

Dal Novembre 1569, quando ormai erano chiare le intenzioni dei Turchi, Nicolò da Ponte parlò in Senato contro la proposta di rinforzare le difese dell’isola di Cipro, quindi sostenne l’opportunità di fare uscire la Repubblica dall’isolamento, sollecitando l’alleanza del Papa e degli Spagnoli.

Chiaramente non erano queste le corti verso le quali ambiva Nicolò, ma malgrado questo seppe dimostrarsi molto deciso nella scelta.

Il 07 Giugno 1572 venne inviato dalla Repubblica, assieme a Vincenzo Morosini e Andrea Badoer, ambasciatore straordinario a Roma in occasione dell’elevazione al pontificato di Gregorio XIII.

Tornato a Venezia Nicolò da Ponte il 18 Aprile 1573, viene inviato nuovamente a Roma presso la Santa Sede, assieme a Giacomo Soranzo, con il compito di difendere le ragioni della Repubblica, che aveva concluso col Turco una pace separata.

Nicolò era stato indubbiamente uno dei maggiori artefici del conflitto, tuttavia già alla veneranda età di ottantanni seppe portare tanti validi argomenti in difesa della decisione della Repubblica di Venezia, che il Papa finì per lasciarsi convincere.

Negli anni che seguirono Nicolò da Ponte fu sempre nel Maggior Consiglio e nella Zonta del Consiglio dei Dieci.


18 Marzo 1578, Nicolò da Ponte viene eletto Doge.

 

Il 18 Marzo 1578 Nicolò da Ponte viene eletto Doge dopo il quarantaquattresimo scrutinio tra molti contrasti.

Pur essendo salito al trono in età avanzata, il dogato di Nicolò da Ponte non fu dei più brevi.

L’avvenimento di rilievo riguarda la Correzione del Consiglio dei Dieci avvenuta tra il 1581-1582, crisi interna questa abilmente risolta dal Doge.

Questo supremo Magistrato, era stato istituito per difendere La Repubblica dai nemici esterni e interni dai confini.

Riuscito a rendere permanente la Zonta (Giunta) composta da quindici membri scelti fra i più illustri personaggi del Patriziato (ricco) della Repubblica, aveva accentrato le più importanti decisioni dello Stato prendendo la direzione della politica interna e estera.

Era senza dubbio utile che la direzione degli affari si trovasse concentrata in pochi personaggi esperti in materia, piuttosto che esposta alle lunghe e pericolose discussioni di assemblee numerose.

Il Consiglio dei Dieci aveva fatto molto per impedire le fazioni e le usurpazioni del potere.

A testimonianza di questo furono puniti i Nobili e i prepotenti Patrizi, assicurando l’eguaglianza del cittadini dinnanzi alla legge.

Allo stesso tempo aveva invaso i poteri di altri Magistrati, offendendo molte suscettibilità da parte dei Patriziato potente.

Nel 01 Ottobre 1582, al momento di eleggere i membri della Zonta, i malumori della nobiltà per lungo tempo repressi scoppiarono non riuscendo così a completare il numero prescritto di quindici membri, perché tre di essi non raccolsero il numero necessario di suffragi.

Per questo motivo si pensò di riformare il Consiglio dei Dieci, riportandolo alle attribuzioni originarie, cercando di modificare in modo diverso e più restrittivo le Cose segrete che esso aveva facoltà di trattare, conservandogli la Zecca, ma non la distribuzione del denaro riservata esclusivamente al Senato.

Purtroppo nemmeno queste riforme riuscirono a convincere i nemici della Zonta, che non si potè completare, diminuendo in questo modo il potere del temuto Consiglio dei Dieci.

Il Consiglio dei Dieci quindi si trovò senza le molte facoltà di cui godeva, sicuramente le più importanti, ovvero quelle riguardanti gli affari che non si potevano trattare senza il concorso della Zonta.

 

In diverse occasioni Nicolò da Ponte dinnanzi al Maggior Consiglio provò il suo ormai “ostinato” anticlericalismo.


Nicolò da Ponte muore a Venezia il 30 Luglio 1585.


Nella redecima del 1582 Nicolò da Ponte aveva dichiarato di possedere, oltre al palazzo di S.Maurizio, sei case a Venezia, alcuni capitali di livello attivi come oltre mille campi ubicati prevalentemente presso Cittadella, nel Padovano, e a Motta di Livenza, fra il Trevigiano ed il Dogado.

Anche il testamento, dettato il 06 Giugno 1585, dimostra Nicolò da Ponte molto ricco, ma avaro di lasciti.

Jacopo Robusti Tintoretto

 

 

 

 

zecca

 

 

 

 

IL CONSIGLIO DEI DIECI PRESE DECISIONI POCO LODEVOLI NELL’AMMINISTRAZIONE DELLA ZECCA ALLA QUALE SI ERANO AFFIDATI INCARICHI ESTRANEI ALLE SUE NATURALI ATTRIBUZIONI, COMPLICANDOLE L’ORGANISMO CON MAGISTRATURE SUBALTERNE.

INFILTRANDOSI, A CAUSA DEL MOLTO LAVORO DELLA ZECCA QUESTI ARRECARONO NON POCO DANNO PER LA FABBRICAZIONE DELLE MONETE.

ABUSI E DISORDINI VENGONO RIVELATI DAI NUMEROSI PROVVEDIMENTI EMESSI IN QUESTO PERIODO DAL CONSIGLIO DEI DIECI, E SUCCESSIVAMENTE DAL SENATO PER PORVI UN TEMPESTIVO RIMEDIO.

NELL’ULTIMO VOLUME DEL REGISTRO DI ZECCA DEL CONSIGLIO DEI DIECI VI SONO NUMEROSE DELIBERAZIONI RELATIVE AI CALI, AI FONDITORI, AI SAGGIATORI, AI MODI DI ACQUISTARE L’ORO E L’ARGENTO, ALLA FABBRICAZIONE DELLE MONETE E PARTICOLARMENTE, AL CONTROLLO CHE SI ORDINAVA PER LIMITARE LE GRAVI SPESE ADOPERATE PER GLI ABUSI E LE FRODI.

 

COLLEZIONE - R.M.BORDIN -
COLLEZIONE - R.M.BORDIN -

 

IL PESO DI QUESTA MONETA E' DI GRAMMI 27,410


IL PESO LEGALE DELLO SCUDO DA 140 SOLDI E' DI GRAMMI 31,680-31,700.

 

 

 

ESEMPIO DI UNO SCUDO DA 140 SOLDI  FORTEMENTE TOSATO (STRONZATURA), OLTRE AL LIMITE DELL'ESTERNO DELLA LEGENDA, QUINDI FUORI DALLA LEGALITA' DI CAMBIO.


QUESTE MONETE SE TROVATE NELLO SCAMBIO COMMERCIALE O DENUNCIATE DAL COMMERCIANTE  RICEVENTE, VENIVANO IMMEDIATAMENTE CONFISCATE  AL POSSESSORE, PER POI ESSERE ACCOMPAGNATO DALLA MILIZIA  ALLA CAPITANERIA.


STABILITA LA SANZIONE IMMEDIATA, SOLITAMENTE PARI A VENTI VOLTE IL TIPO DI MONETA POSSEDUTA (IN QUESTO CASO A VENTI SCUDI), SE SPROVVISTO DI DENARO CONTANTE IL POSSESSORE POTEVA DICHIARARE DEI SUOI POSSEDIMENTI (TEMPO MASSIMO DI ATTESA DUE GIORNI IN CARCERE PER ACCERTAMENTI), OPPURE, SCONTARE UNA PENA LAVORATIVA DA DECIDERSI DAL CAPITANATO PER L'INTERA SOMMA (IN QUESTO CASO LA SOMMA DI DENARO ERA RAGGUARDEVOLE).

 

 

 


 

 

 

Il Decreto del 13 Luglio 1581 dice che constatando lo smarrimento del campione dell’oro e dell’argento, ordina di rifarlo quanto più giusto sia possibile e di conservarlo con ogni diligenza.

Nello stesso giorno con un’altro Decreto, si proibisce la coniazione di monete di bassa lega, come Gazzette da otto e da venti Soldi che sono di 550 carati di fino senza una speciale deliberazione del Consiglio.

Il 27 Settembre 1581 viene stabilito che i provveditori in Zecca rimanganoin carica due anni.

Il Decreto del 28 Gennaio 1583 ordina la coniazione di Gazzette e soldini a peggio carati 550.

Il Decreto del 11 Gennaio 1584 stabilisce che, non essendo più possibile fabbricare i Bezzi con la lega solita, il fino di essi sia limitato a 324 e la lega peggio a 828 carati.

Il Decreto del 02 Aprile 1578, minaccia la confisca e la pena capitale a chi stamperà in terre al di fuori del Dominio monete da 40 Soldi chiamate Giustine ...col stampo della Zecca di questa città.

COLLEZIONE - R.M.BORDIN -
COLLEZIONE - R.M.BORDIN -

 

 

 

Il Decreto del 01 Agosto 1578, ordina di pagare una certa quantità di argento con tanti Ducatoni esistenti in cassa, i quali devono essere sostituiti da altrettanti che si stamperanno con l’argento aquistato.

In questo modo sappiamo che si chiamavano Giustine i nuovi pezzi da 40 Soldi aventi l’immagine della Santa.

I primi Ducati in argento che, per causa della diminuzione del peso della Lira, erano aumentati notevolmente di valore, erano stati chiamati Ducatoni aventi il valore di 160 Soldi (valore stampato in esergo).

Nei libri che raccolgono le deliberazioni del Consiglio dei Dieci e del Senato, non si trova alcuna notizia riguardante le monete coniate per la prima volta durante il principato di Nicolò da Ponte, nemmeno delle monete che con il suo nome riproducono l’antica monetazione veneziana iniziata nel 1525 ed abbandonata da alcuni anni,

Era questa una coniazione di poca importanza, fatta per conto dei privati o dello Stato, sospesa in un secondo tempo.

Non si riesce a capire quale sia stato il vero motivo, forse a causa di un progetto respinto di cui rimane solo la campionatura dei conii mostrati al Senato.

Questa opinione è alquanto verosimile dal momento che per ognuno di questi tipi monetari si conoscono non più di due esemplari.

Inoltre le sigle dei Massari non corrispondono sempre; nel pezzo da due Soldi, si notano le iniziali sia al diritto che al rovescio diverse le une dalle altre.

Non si trovano tracce di documentazione ufficiale riguardante l’abbondante importazione dell’argento e alla conseguente emissione delle monete di grande modulo quali S.Giustine da 160 soldi e Scudi della Croce da 140 Soldi, coniate per la prima volta sotto il dogato di Nicolò da Ponte.

Il Decreto del 1578, attesta che furono fatte delle nuove monete da Lire 8= Scudo con S.Giustina-Lire 7=Scudo della Croce, Lire 4=Mezzo Scudo S.Giustina, Lire 3,5=Mezzo Scudo della Croce, “...aventi lega 60 peggio per marca”.

Il Decreto del 1584 attesta che il Ducato in oro che valeva Lire 8 Soldi 12, questa moneta aumentò a Lire 9 per il motivo che in quel periodo fallirono i Banchi Pisani e Tiepolo.

Nel contempo essendovi penuria di valuta d’oro il Ducato d’argento lievitò a Lire 9 Soldi 12.

Lo Scudo con S.Giustina da 160 Soldi, da Lire 8 andò a Lire 8,5; di questi pezzi ne furono coniati nella Zecca in grande quantità.

Il Decreto del 14 Agosto 1578 dice che: ...in quel tempo o poco prima si batterono in zecca i pezzi da 8 e da 4 lire con S.Giustina.

Il Decreto del 24 Novembre 1578 parla della coniazione dello Scudo della Croce da Lire 7.

COLLEZIONE - R.M.BORDIN -
COLLEZIONE - R.M.BORDIN -

 

 

Il Decreto del 10 Maggio 1580 dice: ...et fosse una nova moneda da soldi diese...et manco vista a somilianza dette quele da venti aventi l’impronte della S.Giustina.

Le notizie forniteci da questo cronista sono confermate dalle stesse monete.

Il semplice motivo è che, gli Scudi più antichi, ovvero quelli da Lire 8 con S.Giustina, fatti per conservare il valore che aveva lo Zecchino ai tempi di Girolamo Priuli, quanto gli Scudi della Croce, erano stati coniati per riprodurre lo Scudo in oro che in quel tempo correva al valore di Lire 7.

Queste monete hanno le sigle del Massaro Marcantonio Contarini eletto il 30 Giugno 1578, con termine del mandato in data 29 Ottobre 1579.

La moneta da 10 Soldi , ordinata il 17 Ottobre 1572 insieme a quelle da 20 e 40 Soldi, non era mai stata coniata.

Le prime monete comparse sulle piazze recano le iniziali di Lorenzo Priuli che fu Massaro dall’Ottobre 1579 al Novembre 1580.

Il Decreto del 18 Ottobre 1572 parla delle monete da 40 e 20 soldi in contrasto con “le memorie di Zecca” riguardante le nuove monete coniate nel 1578.

Il rapporto del peso delle monete citato dai due Decreti risulta alquanto differente, ma probabilmente questo è da imputarsi al continuo cambiamento del prezzo commerciale dell’argento.

 

 

 

 

 

fonti e bibliografia

 

 

 

-Ibid.,Avogaria di Comun, Balla d’oro, reg.165,c.327r.

-Ibid.,G.Giomo, indice dei matrimoni patrizi per nome di donna , sub voce Spandolino Regina e Canal Arcangela.

-Ibid. I Dieci savi alle Decime, Redecima 1582, reg.375/40.

 

BIBLIOTECA NAZIONALE MARCIANA

 

 Ibid. sezione Notarile, Testamenti, b.1265/XIV,cc,25v-27r.; Venezia,

Mss.It.,clVII,17 (=8306): G.A. Capellari, Il Campidoglio veneto, III, cc.237r-238

Sulla Carriera politica:

Consegli:Mss.It.cl.VII,820,(=8899)c.340r,821,(=8900)Consegli,cc.127r,264r,268r,329r;822 (=8901)-....fino a 830 (=8909),c.285r.

 

VENEZIA CIVICO MUSEO CORRER

 

-Cod Cicogna 3426/XI: famiglia da Ponte.

-Ibid., cod Cicogna 3527: Catalogo della Biblioteca veneta, ossia degli scrittori veneziani, III,cc.246v-249r.

-Sulla Carriera politica : Venezia, lettere di ambasciatori al Consiglio dei Dieci, b.23,n.69.

-per quella romana del 1547-48:n.23,nn.125-133- per quella del 1551-1553, b23-nn.163-186.

-per quella di Francia del 1560, Archivio proprio di Francia,f4,nn.18,20-23 bis,24.

-per quelle del Concilio di Trento: Ibid. lettere di ambasciatori ai capi del Consiglio dei Dieci, b,30,nn.197-255.

-Senato dispacci di Roma, f9,nn35-38.

-Senato Terra, reg.49,cc.irv,72v.; sul dottorato di Nicolò da Ponte, le sue lezioni di filosofia, il baillaggio a Corfù, cfr.rispettivamente: M.Sanuto, Idiarii,XVIII, Venezia 1887,col.124-XXXI, Ibid. 1891, coll.60 s.,67,205.

 

ARCHIVIO DI STATO DI VENEZIA

 

-Segretario alle voci . Elezione del Maggior Consiglio, reg.I,c.158; reg.II,cc.3v; reg.5,c.102.

-Ibid.-Segretario alle voci. Elezioni Pregadi, reg.1,cc.13r,26v,27r,32v,43v,44r,52v,84r,85rv.

-Ibid.-Lettere dei Rettori ai Capi del Consiglio dei Dieci. Corfù, b.291,n.120; per l’ambasceria all’Imperatore.

-Ibid.-Archivio proprio di Francia, f. 18,20-23 bis,24.

-Per quella al Consiglio di Trento, Lettere di ambasciatori 

 

ARCHIVIO DI STATO DI BRESCIA

 

-Maneggio della pace di Bologna tra Clemente VII, Carlo V, La Repubblica di Venezia e Francesco Sforza, 1529, e a pp.419-28 una orazione di Nicolò da Ponte Savio del Consiglio, detta nel Senato veneto, sopra lo scrivere a Roma per procurare la pace fra il Pontefice e il Re di Spagna, ai 15 Novembre 1556.

-G.Palazzi ., Fasti ducales..., Venetiis 1696, pp.231-234.

-A.Valier, De cautione adhibenda..., Patavii 1719, pp.268-286.

-G.Degli Agostini, Notizie istoricocritiche intorno la vita, e le opere delli scrittori viniziani, I, Venezia 1752, p. LIII; II, Ibid. 1754, p.386.

-A.Valier, Dell’utilità che si può ritrarre dalle cose operate dai Veneziani..., Padova 1787, pp.368 ss; 385 s.,401.

-G.Cappelletti, Storia della Repubblica di Venezia..., VIII, Venezia 1852, p.366.

-E.A.Cicogna, Delle iIscrizioni Veneziane, VI, Venezia 1853, p.614.

-B.Nardi,Lettere e cultura Veneziana del 400, in La civiltà Veneziana del 400, Firenze 1957,pp.117 s.,141.

-A.Da Mosto, I Dogi di venezia nella vita pubblica e privata, Milano 1960, pp.297, 305.

-C.M Moschetti, Istituzione del console mercantile pontificio a Venezia nel XVIII secolo, in Studi in onore di G.Barbieri, Problemi e metodi di storia ed economia, II, Salerno 1983,p.1114.

 

ZECCA

 

Archivio di Stato

 

-Consiglio dei Dieci, Zecca, IV, carteggio 57 t.-IV, carteggio 59-IV, carteggio 62-IV, carteggio 10 t.

-Comune,XXXIII,carteggio 129t.

-Documento CCLVII-CCLVIII.

-Manoscritti Italiani, classe VII, N°393.

-N.Papadolpoli Aldobrandini, Le monete di Venezia.

 

 

 

 

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