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AGGIORNATO IL 24 MARZO 2016

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NICOLO' DONA'

DOGE 93°

(5 APRILE - 9 MAGGIO 1618)

 

DI  ROLANDO MIRKO BORDIN

 

 

 

Nicolò Donà figlio di Giovanni e  di Elisabetta Morosini naque a Venezia il 28 gennaio 1539. 

 

Ultimogenito di tre fratelli, cui si deve aggiungere una sorella andata in sposa a Vincenzo Querini, apparteneva al ramo della famiglia di Biasio.

 

Il padre sposatosi nell’anno 1525, morì nell’anno 1571.

il fratello maggiore, Francesco, con il quale convisse per parecchio tempo  nella casa a S.Giovanni Novo sposatosi nell’anno 1565 con Marietta Morosini di Pietro, morì nell’anno 1588, lasciando otto figli cui andarono, dopo la morte di Nicolò Donà il titolo della casata e le sostanze.

Nicolò Donà studiò a Padova presso lo zio paterno Girolamo e il Cardinale Agostino Valier.

Nell’anno 1560 entrò a fare parte negli estrattori della bala d’oro usufruendo così del privilegio di entrare con forte anticipo nel Maggior Consiglio.

Nicolò Donà iniziò la carriera politica nell’anno 1564, coprendo la carica di Savio agli Ordini, era questo il trampolino di lancio per i Patrizi aspiranti ad una brillante carriera all’interno dello Stato.

Nicolò Donà fu attivamente partecipe ad eventi che durarono per oltre cinquant’anni avvenimenti politici interni e internazionali di preminente importanza.

Nell’anno 1655 viene riconfermato Savio agli Ordini.

Nell’anno 1566 è Sindaco e Avogador in Dalmazia, questa è  la sua prima carica fuori dalla Dominante.

nell’anno 1574 andò a Vicenza in qualità di Podestà restandovi un anno per poi ricoprire la carica di Podestà e Capitano di Capodistria.

A Capodistria Nicolò Donà portò con impegno la lotta per la difesa della giurisdizione veneziana sul piano commerciale contro Trieste, che esercitava una forte concorrenza nello sfruttamento delle saline di Rosanda, costruite in violazione all’accordo stipulato in precedenza tra Venezia e Trieste.

Sicuramente le capacità dimostrate da Nicolò Donà nei reggimenti ne accrebbero il suo prestigio.

Tornato a Venezia ebbe delle cariche amministrative di poca importanza fino alla sua elezione di Avogador di Comun nell’anno 1583 e successivamente nell’anno 1588.

Questi anni vissuti un po' nell’ombra vennero caratterizzati da un pressante e cosi'  forte ridimensionamento del potente Consiglio dei Dieci, restituendo agli Avogadori (1) parte del prestigio perso.

Per tre anni consecutivi che vanno dal 1585 al 1587 fu eletto Savio di Terraferma, carica questa che consentiva a chi la ricopriva, di esercitare una influenza maggiore sulle scelte politiche dello Stato.

Nell’anno 1589 e precisamente il 29 ottobre Nicolò Donà fu eletto Luogotenente della patria del Friuli per poi fermarsi nella città di Udine l’anno seguente.

Rientrato a Venezia è Savio alla Terraferma.

Nell’anno 1592 è Censore.

Nell’anno 1593 entra nel Consiglio dei Dieci.

Era questa la carica ambita dai Patrizi, essendo la stessa significativamente sovrana per l’amministrazione dello Stato.

Nell’anno 1594 Nicolò Donà viene mandato a Brescia come Capitano rimanendovi per un anno,per poi tornare nell’anno 1601.

Rientrato a Venezia, fu eletto Consigliere di Stato grazie alle sue spiccate doti di accorto organizzatore che gli valsero nell’anno 1598 l’incarico di Provveditore generale alla Sanità e alla Peste, con il compito di debellare l’epidemia

La nuova carica gli dava pieni poteri, offrendogli l’opportunità di scavalcare le sempre fastidiose autorità locali.

Con l’ausilio del medico Ascanio Olivieri e con il Provveditore di Cividale Alvise Marcello riuscì a debellare la Peste e al tempo stesso preservò la città dal pericolo, sebbene Nicolo' Donà dovette attuare drastici provvedimenti arrivando alla condanna capitale per chi tentava di uscire dalle zone interdette senza speciale permesso.

Nuovi incarichi attendevano Nicolò Donà a Venezia mentre si facevano più disastrosi i rapporti con la Sede Apostolica.

Tra la fine del’500 e il 1618 Nicolò Donà ricoprì per dicciassette volte consecutive la carica di Savio del Consiglio; erano questi gli anni di forte contrasto con la S.Sede sfociato inesorabilmente negli anni 1606-1607 nell’interdetto, dobbiamo affermare che non era sua intenzione (pur avversando con Roma),inasprire ulteriormente i rapporti, ma anzi nel Senato aveva presentato in una discussione con altri Patrizi l’invio di un’ ambasceria di ristabilimento diplomatico con Roma .

Quindi Nicolò Donà fu tra i promotori di una legge che favoriva i mercanti stranieri a Venezia, nell’anno 1610, dove si trovava più incisiva l’ostilità della Sede Apostolica spalleggiata dalla parte più conservatrice del Patriziato veneziano.

Momento, questo, alimentato dalla decisione spinosa portata da Nicolò Donà in Senato riguardo l’accoglienza dell’istanza fatta da Alfonso della Queva, allora Ambasciatore di Spagna per la concessione del passaggio sul territorio della Repubblica ad alcune migliaia di soldati tedeschi, in un momento particolare di tensione internazionale tra Venezia e gli Asburgo.

Le argomentazioni fatte da Nicolò Donà dicevano, che non si poteva negare agli Spagnioli ciò che non si era negato ad alcuno che non fosse nemico della Serenissima evitando, necessariamente in questo modo un’ulteriore guerra .

Era questa una posizione scomoda che poneva Nicolò Donà in contrasto con il Patriziato bellicoso e conservatore di quell’epoca ancora influente e attivo.

Sicuramente il numero rilevante delle cariche affidate sono indizio di una certa considerazione di cui godette Nicolò Donà all’interno dello Stato, doti queste che non riuscirono a precludere la cura del suo patrimonio.

Si legge che nella dichiarazione dei redditi dell’anno 1582, viene mostrata già una ricchezza affatto disprezzabile- case e terreni in Terraferma, a Piove di Sacco, a Rovigo, Lendinara, Loreo, ecc..., quindi un po' ovunque nei territori tra Padova-Rovigo e Venezia.

Nell’anno 1615 quando egli morto già da vari anni, il fratello divenne propritario assieme ai nipoti del patrimonio, i beni immobiliari e mobiliari raggiungevano una ragguardevole consistenza con una rendita di 12.000 ducati l’anno .

La solida posizione finanziaria aveva permesso a Nicolò Donà di aquistare alcuni terreni nel territorio di Rovigo dal Duca di Ferrara e la bella dimora di S.Fosca nel sestiere veneziano di Cannaregio.

In qualche modo la fama e la considerazione economica attiravano anche l’invidia e le maldicenze da parte dei Patrizi, ma in particolare modo dal popolino, acquisendo così la nomea di: avaro, essendo i suoi guadagni provenienti dal commercio di beni di prima necessità .

Nicolò Donà aveva aspirato da tempo alla più alta carica dello Stato: infatti si era messo in competizione sin dalla morte del doge Marc’Antonio Memmo , senza successo, anche se riuscì ad entrare nel numero dei quarantun elettori.

Concorse nuovamente nell’anno 1618.

Per la Repubblica della Serenissima fu un conclave contrastato e difficile, tra i più lunghi che si ricordano.

 

IL 5 APRILE 1618, NICOLO' DONA' E' DOGE.

 

Finalmente al trentacinquesimo scrutinio Nicolò Donà divenne Doge, imponendosi il 5 aprile 1618, con 39 voti ad avversari di spicco come il Procuratore Gerolamo Giustinian .

Quando fu resa pubblica la sua elezione -riferisce un cronista del tempo-” non vi fu persona alcuna che ne sentisse allegrezza, ne il popolo fece moto alcuno di giubilio “.

Diversamente pensava esprimendosi G.Priuli nei suoi “Pretiosi frutti” , dicendo di Nicolò Donà:”et con la sua accurata et assidua diligenza nel maneggio delle cose avvanzò tanto la sua fortuna che si portò al Dogado quanto meno gl’huomini lo credevano”.

Questa è  la giusta interpretazione dell’avvenimento in un frangente politico caratterizzato da una lotta interna al Patriziato tra opposti orientamenti, e in un forte contesto Internazionale molto ingarbugliato, oramai dominato da un devastante conflitto tra le potenze Europee per un nuovo continentale assetto.

In questi avvenimenti Nicolò Donà ormai vecchio, anche se ancora pieno di equilibrio e attivo mentalmente si trovò in un clima veneziano ulteriormente appesantito dalla vicenda della congiura di Bedmar (2).

Si può affermare che purtroppo Nicolò Donà ebbe solo il tempo di iniziare il suo Dogato, perchè a soli trentaquattrogiorni dall’elezione, e precisamente il giorno 9 maggio 1618 morì di     “ apoplessia” a Venezia,

Lasciò tutti i suoi beni ai nipoti, ovvero i figli di suo fratello.

 

Aveva dato disposizioni di essere sepolto accanto al fratello Francesco nella Chiesa di S.Chiara a Murano e così fu rispettata la sua volontà.

 

La sua tomba e la sua lapide andarono disperse quando la Chiesa passo' al demanio prima, per poi diventare deposito di una vetreria.

 

 

 

 

 

 

ZECCA

 

 

 

 

 

 

Per quanto concerne questo breve periodo vi sono due documenti che testimoniano la circolazione monetaria.

Il primo con data 24 aprile 1618 scritto dai Provveditori in Zecca, essendo stati chiamati dal Collegio sulla espressa domanda di Mercanti Genovesi i quali, volendo ritirare i quattro quinti dei Talleri e Reali depositati in Zecca, chiedevano che il quinto venisse loro pagato in oro secondo le leggi in vigore.

I Provveditori risposero alla richiesta dei Mercanti che le leggi sono molto chiare in tal proposito, e che l’oro è corrisposto con l’oro, e l’argento con l’argento, ribadendo che sarebbe stato molto dannoso per l’erario accogliere la domanda, avendo l’oro subito in breve tempo,  un notevole aumento come constatato sulle pubbliche Piazze.

Nel secondo documento in data 8 maggio 1618 Il Senato scrive al Rettore di Brescia e ai Rettori di Terraferma ordinando che gli Zecchini non dovevano superare il valore delle dieci lire cadauno.

La causa era che l’argento arrivava in abbondanza sulle piazze dal nuovo Mondo e a causa di ciò aveva di conseguenza aumentato il valore dell’oro.

Il Senato sapeva benissimo il danno che avrebbe provocato nelle casse dello Stato il crollo immediato del prezzo dell’argento, e quindi si ostinava a voler mantenere l’antica proporzione dei due metalli ma, senza però riuscirvi nell’intento.

 

 

note

 

 

Avogadori 

  

   titolo di una delle magistrature più ragguardevoli della Repubblica dei Venezia.

 

Alcuni storici la fanno risalire fino all’anno 864; ma non si hanno prove certe della sua esistenza se non verso la metà del secolo XII.

Essa consisteva in una sorta di tribunale composto da tre membri, nominati dal gran Consiglio sulla proporzione del Senato, destinato in generale a mantenere e soppravegliare l’esatta osservanza delle leggi.

L’azione degli Avogadori si stendeva su tutti i corpi dello Stato alla cui adunanza assistevano; si richiedeva anche di rigore, la presenza di almeno uno di loro, affinche fossero valide le deliberazioni del Senato e del gran Consiglio.

Quando le deliberazioni dell’una o dell’altra di queste assemblee parevano contrarie alle leggi, potevano con un veto sospensivo impedirne l’esecuzione durante un mese e un giorno: oltre questo termine, essi si appellavano dalle decisioni del gran Consiglio ed al gran Consiglio stesso, e da quelle del Senato a un altro corpo che avevano il diritto di scegliere.

Questi Magistrati intervenivano pari passo nell’amministrazione della giustizia, agendo nell’interesse del popolo.

In certi casi gravi e determinati potevano sospendere i Magistrati stessi dalle loro funzioni.

Questa importante Magistratura continuò fino agli ultimi anni della Repubblica, spesso in opposizione col Consiglio dei Dieci e con l’Inquisizione di Stato.

Sebbene il numero dei suoi membri era raddoppiato, in esercizio non erano mai più di tre, ed ogni serie rimaneva in funzione per dodici mesi.

 

Bedmar

(Congiura)

 

Alfonso della Queva, Marchese di Bedmar - Cardinale Spagnolo, nato nel 1572 in Castiglia, morto il 2 agosto 1655.

 

fu da principio Ambasciatore di Filippo III e della Repubblica di Venezia, e si unì in complotto nell’anno 1618 con il Duca di Ossuna vice Re di Napoli e Don Pedro di Toledo Governatore di Milano, per dare Venezia in mano agli Spagnoli .

I congiurati con l’aiuto di truppe spedite da Milano, dovevano in maniera decisa  appiccare fuoco all’Arsenale,  impadronendosi dei punti strategici più importanti, uccidere il Doge e tutta la Signoria.

La congiura fu scoperta in breve tempo e tutti i complici furono annegati senza essere prima  processati, ad eccezzione di Bedmar che grazie alla sua Carica di Ambasciatore che già ricopriva; il Senato lo fece partire in incognito per sottrarlo al furore del popolo.

Molti storici affermano che tranne alcune circostanze inventate, la congiura era reale, sostenendo che se la Repubblica di Venezia tenne segreta la scoperta della trama era semplicemente perchè la Spagna era in quel periodo troppo potente, e quindi i casi erano due: tacere o dichiarare sconvenientemente la guerra.

Bedmar, costretto a lasciare Venezia rifugio' in Fiandra, ove esercitò per ordine le funzioni di Presidente del Consiglio, ricevendo nell’anno 1662, il cappello Cardinalizio .

Successivamente si recò a Roma dove ottenne il Vescovado d’Oviedo, e qui morì.

Bedmar fu reputato uno degli uomini più accorti e pericolosi che abbia prodotto la Spagna.

 

 

 

 

 

Fonti e bibliografia 

 

 

 

 

 

Archivio di Stato di Venezia

 

-Consiglio dei Dieci-Comuni,Filza 164-Scrittura di Nicolò Donà del 1567;rr.58,59,75-

 

Civico Museo Correr

Codicilli Cicogna,3282/19.

-Provveditori in Zecca n° 1258-Scritture, carteggio: 184-187-188.

 

Archivio di Stato di Brescia

 

-Historie Venetiane.

-Capitolare Masserorum.

-Capitolar delle Broche.

-Consiglio dei Dieci, Misti Registri.

-Maggior Consiglio in, Deliberazioni,Liber Ursa Registri.

-Dieci Savi alle Decime di Rialto,Condizioni 1582,S. Marco, b.157 (cond.296)

-Notarile Testamenti, b.1245, n°584-b.1258,n°394.

-G.Soranzo, Relazioni dei Rettori in Terraferma.

-Libro d’Oro, Schedario nascite, sub voce : Nicolò Donà.,II,c.190 v.,Provveditori alla Sanità.

-Ioannes Baptista Somaschus, Venetiis 1576.

-Noviss.Statotorum ac Venetarumlegum-Venetiis1729,delle“parti“deliberate nelle“Correzioni”.

-Senatori che vanno di Pregadi, 1620 priv.rist.

-Historia Vinetiana, Venezia 1718.

-M.Barbaro A.M., Arbori de’ Patritii veneti,cc. 304-313.

 

Archivio Marcello Grimani Giustinian Donà

 

, b.174passim. b.175.

-Podestaria e Capitanato di Brescia,ibd.1978,p.LIV.

-A.Morosini Istorie Veneziane, Venezia 1720.

-Provv.di Cividale del Friuli, ibd.1976,pp.44 s.

-La Patria del Friuli, ibd.1976.

-G.Priuli, Pretiosi Frutti...,c.267.

-P.Preto,la società veneta e le grandi epidemie di peste,in storia della cultura veneta.

-A.Da Mosto,I Dogi di Venezia nelle vita pubblica e privata,Milano 1966.

-M.Barbaro, Arbori, ad vocem Donà.

-”De Perfectione Rerum”.

-G.C.Sivos,Cronaca Veneta,IV cc.101-108.

-Antonio Foscarini, Un Patrizio Veneziano del 600, Firenze 1969.

-G.Benzoni, I “Teologi” minori dell’interdetto, in Archivio Veneto, 1970.

-G.Benzoni, Venezia nell’età della controriforma, Milano 1973.

-U.Tucci, Venezia nel Cinquecento,Roma 1974.

-Provveditori in Zecca n°33 (Parti di Senato) ,n° 270